Il basket europeo mi piace(va)

Negli ultimi anni non riesco a guardare una partita di basket Europeo, serie A, ACB, Eurolega che sia, senza annoiarmi dopo un un paio di quarti.

Premetto che parlo in via generale, non soffermandomi sui vari casi o eccezioni, banalizzando, all’occorrenza, per esprimere un concetto.

Al di là dei fattori ambientali (non siamo in USA, dopo il basket è una religione o quasi, e in Europa stiamo vivendo tragicamente questa crisi economica che a cascata si ripercuote in ogni frangente) e dell’impoverimento tecnico visto che la NBA attinge a pieni mani tra i migliori giocatori del vecchio continente, sono giunto alla conclusione che in Europa, si gioca tutti allo stesso modo.

Non c’è più identificazione tra squadra-giocatori-tifosi. Non ci sono più le bandiere. Si tifa per Milano o Siena, ma non si tifa per i giocatori che le portano in alto. Fino a qualche anno fa si tifava la Virtus di Messina e Danilovic o Ginobili, la Caserta di Oscar, la Benetton di Pittis e Henry Williams, il CSKA di Papaloukas o il Barcellona di Bodiroga.

Le squadre erano farcite di grandi giocatori, allenati da grandi coach. C’era sinergia.

Oggi i più forti difficilmente restano in Europa, eccezion fatta forse per Juan Carlos Navarro. Un paio di lustri fa o giù di lì in Europa evoluivano gente come Bodiroga, Danilovic, Djordjevic, Rigadeau. Gente che in NBA non ci ha messo piede e se lo ha fatto è stato di sfuggito in un mondo che non gli apparteneva, e che al tempo (sembra un’altra era) non era pronto a accettarli.

C’era spazio per l’estro, e il talento ma anche per la disciplina, per l’organizzazione.

Ora c’è un appiattimento, di tutto, che mi lascia perplesso.

Secondo me in Europa si gioca un basket, tecnicamente e tatticamente, al “risparmio”, in cui i giocatori in campo sono soldatini senza troppa personalità, senza il brio che può elevarli a icone o personaggi simbolo, salvo alcuni casi di giocatori di talento che possono permettersi di giocare a modo loro senza snaturarsi di fronte ai dettami del coach. Ma sono in via di estinzione. L’esempio eclatante è sempre Navarro, con Jasikevicius, Papaloukas che però sono agli sgoccioli di carriera.

La figura del coach è centrale. Si segue tutti quello che dice lui, e si gioca come vuole lui. Chi non lo fa viene soppiantato nelle rotazioni da un giocatori di pari livello, visto che le squadre più rispettabili hanno rotazioni di 8/9 giocatori di livello medio/alto, senza stelle e senza primedonne.

E i coach, a parte qualche idea estemporanea, hanno unificato il loro modo di giocare, di attaccare e di difendere, creando nuove categorie di giocatori che ora spopolano nel vecchio continente.

Il mio pensiero non vuole far storcere il naso a chi ama questa impostazione, ma solo esprimere un opinione personale.

Preferisco di gran lunga il basket NBA, dove la varietà tattica è marcata, dove i coach sono importanti, ma non cercano di spersonalizzare i giocatori, ma cercano di metterli nelle migliori condizioni di rendere e dare sfogo al loro talento. E questi diventano stelle, prima di confermarsi nel novero dei più grandi, oppure tradendo le attese e tornando nell’anonimato.

Certo nella NBA ci sono tante partite spazzatura, che le rendono inguardabili agli occhi di un amante del bel gioco.

Ma anche in quei casi non percepisce mai l’impressione che sia un qualcosa di costantemente ripetitivo come succede guardando giocare due squadre a caso di serie A italiana.

Ogni squadra ha una fisionomia che sta diventando un cliché.

Dove la Montepaschi di Siena è costruita con il solito criterio dell’Avellino di turno: play razzente, guardie tiratrici intercambiabili, un lungo perimetrale (che in realtà non è nemmeno un lungo, ma spesso anche un esterno di oltre 200 cm) e un lungo interno, dove per interno considero il fatto che non giochi esclusivamente a 7 metri dal ferro, ma anche negli spazi tra i 3 e i 6 metri, oppure un animale da rimbalzo che essendo troppo basso per giocare in NBA sotto canestro trova in Europa terreno fertile (o arido a seconda dai punti di vista…) per costruirsi una carriera.

Milano gioca in modo simile, così come la Virtus Bologna, Olympiakos Pireo, il Barca, il Real, il Prokom o il Maccabi Haifa e via discorrendo.

La differenza è che tra un top team Europeo e un club di medio basso livello il primo ha più soldi da spendere, quindi maggiore qualità da comprare, e magari un organizzazione societaria di livello e performante che aggiunge quel qualcosa in più per restare sempre in alto nei vari ranking.

Per me vedere ancora un ala piccola che gioca da ala piccola è una cosa che mi riempe di gioia, vedere un lungo che si isola in post mi fa sbavare, come anche una guardia che si butta dentro o si crea lo spazio a suon di piroette per far scattare un tiro dalla media.

A me piace l’idea di una squadra in cui le gerarchie sono definite dal valore del giocatore, dal suo talento, non dal paradigma di un coach che tende a spersonalizzare ed unificare perchè vede un modello di gioco che non rispecchia le caratteristiche dei propri giocatori.

In NBA ci sono i giocatori che ti fanno innamorare del gioco, come Paul Pierce, Chris Paul, Dirk Nowitzki, Kobe Bryant, Carmelo Anthony, Lebron James perchè a loro la pallacanestro scorre nelle vene e non sono imbrigliati.

Per quanto apprezzi Erazem Lorbek, Viktor Krhyapa, Giorgios Printezis, Sergio Llull, sono giocatori che non riescono ad appassionarmi, giocando un ottimo basket, ma molto lineare, fatto di routine, che alla lunga a me stanca.

Si dice che però il bello del basket europeo, dove si gioca poche volte a settimana, invece che ogni giorno,  sia la maggiore intensità.

Ma io anzichè pìù intenso lo vedo più “nervoso”, con il pallone che pesa maggiormente perchè se sbagli una partita rischi di essere tagliato, o accantonato o licenziato, se sei un coach che perdi 2 partite di fila.

Il risultato è l’unica cosa che conta non avendo possibilità, già il giorno dopo, di cancellare un passo falso, e quindi le impostazione di una squadra, il suo percorso, il suo futuro, e anche la qualità del gioco sono condizionati.

Francamente nemmeno quando sono al via i playoff vedo un cambiamento in meglio in Europa, perchè il livello sì sale, ma ormai le squadre sono talmente indottrinate che al di là di un maggiore maggiore cura dei dettagli, cambia poco rispetto alla regular season.

Nella NBA quando arrivi a fine Aprile si gioca uno sport diverso, dove la qualità si alza in modo esponenziale, e allora lì lo spettacolo, a tutto tondo, non solo per gesti atletici o tecnici rilevanti, diventa continuativo nell’arco dei 48 minuti.

Tuttavia se c’è una cosa che non mi verrà mai a noia è la partita “secca”, senza domani, che in Europa assegna i più prestigiosi trofei e che obbiettivamente fan fatica a non farti appassionare.

Lì realmente viene tirato fuori il meglio e il peggio di un giocatore, di una squadra, da ogni singola situazione.

Non sei schiavo degli errori del passato, e non sei intimorito di ciò che ti aspetta il futuro imminente, guardi solo al presente, al momento, e senza vincoli dai sfogo a quello che hai dentro per vincere.

E in questo clima di incertezza, di giocate istintive, passionali, schizofreniche, estrose, cruciali, eroiche, spontanee, riesco ancora a intravedere quel qualcosa che solo la pallacanestro, a ogni livello o latitudine, mi riesce a trasmettere.

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