Sottotraccia

Nella NBA, ma anche nel basket in generale, le copertine se le beccano le star.

E’ anche un onere, perchè per quanto riescano a portare i compagni e i propri team al successo, spesso finiscono anche sulla graticola in caso di fallimento.

Ma ogni star NBA, senza una spalla, un giocatore sottovalutato, poco appariscente, che tecnicamente o tatticamente ricopre un ruolo indispensabile, non può stare.

Io propongo qualche nome tra quei giocatori sottotraccia, che non riempono pagine degli scouting report avversari, ma che alla luce dei fatti, danno un contributo tangibile, benchè inosservato, nell’economia del gioco delle rispettive squadre.

Shane Battier – Miami Heat – ala

Uno scenziato del gioco. Questo basterebbe per descrivere in pieno il contributo di Shane alla causa Heat. Arrivato ai 34 anni, ha perso più di un passo dal punto di vista atletico, anche se atletico, in senso stretto non lo è mai stato o perlomeno non ha mai impressionato per quello. Piuttosto, risaltano in lui altre qualità non meno importanti, come la duttilità, il QI altamente sviluppato, la concretezza in quello che fa, e cosa assai rara, sa qual’è il suo posto, non chiede di più, è il perfetto compagno di squadra e il perfetto uomo spogliatoio. E per compagno di squadra non intendo uno che sa fare gruppo ma uno che aiuta un compagno battuto in difesa, che toglie pressione al leader offensivo con un canestro o una giocata che da ossigeno. All’interno del sistema Heat la sua importanza è prettamente difensiva, con pochi compiti offensivi, ma precisi. Il suo spessore mentale e la sua capacità di lettura è grasso che cola. La svolta però l’ha compiuta, nel corso dei playoff, quando per necessità ha dovuto riabbracciare il suo vecchio ruolo di ala forte che rivestiva al college, trovando un incastro tattico interessante, preludio anche del nuovo sistema “position-less” degli Heat di questa stagione, e trovando efficacia al tiro, cosa che nelle scorsa stagione, in regular season, era mancata.

Avery Bradley/ Courtney Lee – Boston Celtics – play-guardie

Sono un binomio, perchè entrambi hanno un ruolo molto simile, benchè diversificato nelle incombenze. Avery Bradley è stato una sorpresa nei Celtics della scorsa stagione, prima di infortunarsi a entrambe le spalle. Era partito inizialmente come cambio di energia di Rondo, ha finito per essere la guardia titolare con compiti difensivi e un po guastafeste in attacco. Nei Celtics bisognosi di energia e freschezza aveva passato pure Ray Allen nelle gerarchie e avrebbe fatto molto comodo in finale di Conference per arginare Wade, di cui ne è il difensore naturale, di quelli che lo irretiscono. Courtney Lee è arrivato quasi in punta di piedi in seguito di una trade minore, ma il suo acquisto, manda un chiaro messaggio agli Heat: qualora non bastasse Bradley a fermare Wade, ecco anche l’ex Magic. Lee è intelligente, ha più talento offensivo di Bradley, e diversifica l’attacco dei Celtics. E’ uno dei migliori tiratori dagli angoli NBA, anche se le % complessive tradiscono un po quest’efficacia. Come finta guardia titolare o cambio di lusso è uno di quei giocatori che possono spostare. In una squadra che mantiene un core abbastanza vecchiotto, la loro freschezza atletica, più ancora della indubbie qualità che hanno, sarà determinante.

Eric Maynor – Oklahoma City Thunder – playmaker

In una squadra che vede Russell Westbrook play titolare nel bene o nel male, avere uno come Maynor a cambiarlo o a giocargli affianco liberando da compiti di regia, è un lusso. Maynor non è appariscente, non è esplosivo, non ha punti nelle mani, non è un assistman, ma è un regista, che sa dosare il ritmo, che senza strafare da stabilità. E dio sa quanto ce n’è bisogno quando a Westbrook prendono i fatidici 5 minuti in cui fa e disfà con sorprendente facilità. L’infortunio che lo ha tolto di mezzo lo scorso anno è stato una brutta tegola per i Thunder che hanno dovuto resuscitare in fretta e furia il cadavere di Derek Fisher, che ha portato esperienza ma non ordine alla causa. Che è quello che è mancato in finale contro gli Heat. Maynor non ti cambia la squadra, ma la tiene salda, non la fa sfaldare. Avete presente Howard Eisley dei Jazz. Come impatto e tipologia siamo lì, Maynor meno tiratore ma più organizzatore. Se giocasse 30 minuti a partita perderebbe molte della sue peculiarietà, cosi come se vestisse un’altra canotta. E’ l’incastro ideale in questi Thunder, non ingombra, ed è affidabile.

Darrell Arthur – Memphis Grizzlies – ala forte

E’ reduce da un grave infortunio che lo ha tenuto fermo ai box per un intera stagione e nemmeno il tempo di tornare e si rompe di nuovo per qualche mese. Ma se volete scoprire quale è stato uno dei segreti dei Grizzlies che 2 anni fa per poco non andarono in finale NBA, Arthur è senza dubbio uno di questi. Le sue stats non sono appariscenti, tratto comune tra l’altro tra tutti i giocatori citati in questo articolo, ma il suo impatto su ambo i lati del campo ha permesso la convivenza e l’efficacia della doppia Randolph-Gasol a livelli che ad esempio lo scorso anno non hanno mantenuto (anche per altri motivi). Arthur è speciale nell’ecosistema di coach Hollins perchè copre le lacune di entrambi i lunghi titolari di Memphis, potendo giocare al fianco di Randolph a fare blocchi per i compagni, o giocate di intensità sotto le plance, oppure giocare un po più distante dal canestro con Gasol, mettere un tiretto ogni tanto dalla media e continuare a rovistare nelle spazzatura. E ha un enorme importanza dal punto di vista difensivo perchè con due lunghi poco mobili, uno che copre gli spazi brevi con la sua rapidità fa sempre molto ma molto piacere. Ora però c’è da vedere il suo ennesimo infortunio cosa ci lascierà del giocatore utile di cui abbiamo appena parlato.

Kirk Hinrich – Chicago Bulls – playmaker

Povero Kirk, me lo trattano tutti come un pellaio. Soffre della “sindrome di Ehlo”, ovvero è sempre dalla parte sbagliata del poster, sempre ritratto mentre cerca di fermare un Wade o un Paul o un Kobe che vanno a canestro. Ma è un difensore di ottimo livello e un giocatore di tutto rispetto. E’, come tanti altri, stato vittima del suo contratto troppo oneroso per non volgere l’attenzione sui suoi difetti. E si è un po perso a giro tra Atlanta e Washington. Non è più un titolare da 35 minuti di media, ma come cambio di Rose o guardia aggiunta è un lusso che non tutti possono permettersi. Da non sottovalutare una cosa: se chiedete a un tifoso Bulls con quale giocatore si identifica nell’ultimo decennio, vi dirà Rose, Deng, Noah e poi Hinrich, segno che l’ex Kansas è stato l’animo dei Bulls dell’era Skiles e tutto sommato un giocatore rispettato dai suoi tifosi. Cosa offre? Difesa, tanta difesa, pressione sulla palla, anche fisicità e ignoranza, che nel contesto difensivo di Thibodeau serve e trova terreno fertile. Ma anche attacco. Non è mai stato un play ragionatore, anzi, tende ad andare fuori pista, ma ha le capacità necessarie per adempiere il ruolo di regista e lasciare più libertà creativa a Rose, quando giocheranno insieme, oppure per non oscurare Hamilton fino al ritorno dell’ex MVP 2011. Il suo tiro non è affidabile al 100%, ma occhio a battezzarlo troppo spesso.

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