NBA Week 5°

  • Gli Utah Jazz sono da due anni a questa parte una squadra senza infamia e senza lode, ma sono particolari in tutto questo. Perdono per strada pezzi importanti e non battono ciglio, hanno una squadra quadrata, che da una chance a giocatori che vogliono rilanciarsi (lo hanno fatto con Tinsley, Harris, Marvin e Mo Williams ad esempio), passano spesso inosservati, ma diversamente da squadre più talentuose o in vista, fanno regolarmente i playoff e si barcamenano in quel limbo a metà tra un posto in lottery e un pass per i playoff. Quel limbo costa la testa a giocatori e allenatori in altri contesti, a Salt Lake City invece è ordinaria amministrazione. A inizio stagione sono quasi tutti concordi a darli fuori dalla corsa ai playoff, poi invece te li ritrovi sempre lì. Hanno il pregio di non avere stelle, ma anche di non avere cessi in squadra. Tutti possono essere la rivelazione in singola partita.
  • Greg Popovich, a fine di una viaggio ad est molti dispendioso di energie ha deciso, contro gli Heat, di fare a meno di Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker oltre i precedentemente infortunati Green, Leonard, Jackson. In pratica il quintetto base e il sesto uomo. Contro gli Heat ha fatto partire in quintetto DeColo, Mills, Diaw, Bonner e Splitter, numeri alla mano dal 9° al 13° uomo di rotazione. E manca poco vince la partita. Questo mi fa venire in mente, che alla fin fine in NBA non conta in quale posizione del quintetto o della panchina parti sulla carta, se giochi in quella lega, un motivo c’è, e con la giusta opportunità emergi. San Antonio ci ha costruito una filosofia e un immagine sul raccattare giocatori da un marciapiede e offrirgli nel medio lungo termine un opportunità. Probabilmente se Danny Green non fosse mai finito a San Antonio al momento sarebbe un journeyman tra NBA, Europa o magari lega cinese per esempio.
  • Anderson Varejao è diventato il candidato numero 1 ad interessare qualche contender sulla deadline delle trade a febbraio. Sta prendendo una caterva esagerata di rimbalzi, e sta raddoppiando il suo fatturato di punti. La cosa più impressionante però è il numero di assist, triplicato. In pratica è una macchina da 15+15+3 a sera. Numeri che lo renderebbero materiale da All Star Game, e un po troppo “alti” per restare in una squadra in ricostruzione di cui lui è co- leader emotivo e fattore di indubbie qualità. Il fatto che prenda “solo” 9 milioni per i prossimi due anni potrebbe spingere diverse franchigie NBA, contender, a sondare il mercato, per aggiungere il tassello mancante. Penso ai San Antonio Spurs che sono da due anni alla ricerca di un centro con quelle caratteristiche ed ai sempre attenti Celtics. Per Cleveland potrebbe convenire cederlo ora che il suo valore di mercato è pressochè raddoppiato, anche perchè in rampa di lancio ci sono i due prospetti Thompson e Zeller. Ma Varejao vorrebbe andare altrove? Mi da l’impressione di trovarsi bene a Cleveland e nel suo nuovo ruolo di spicco in seno alla squadra e nello spogliatoio.
  • Di Dwyane Wade ogni tifoso Heat ha versioni contrastanti. Da due anni a questa parte, da quando LeBron è diventato il nuovo LeBron alterna partite orribili, partite svogliate, partite steccate ad altre che sembra avere 5 anni meno, in cui è in the zone, in cui è il vecchio e care Wade. Ma non è più il Wade del 2006, quel fascio di nervi, muscoli che zompa per tutte le zone del campo, che segna caterve di punti e che ha un impatto fisico sulle partite di un altro livello. A 30 anni si può già dire che sia un Wade in fase calante di carriera, per colpa dei mille infortuni che ha subito, gravi o fastidiosi, e di un usura che sta iniziando a mostrare il conto. Il suo impatto non può più essere nell’arco di 48 minuti o 82 partite, ma deve diventare di qualità, diluito in 10/15 minuti a sera in cui negli incastri Heat torna a essere la prima opzione. Per il resto deve giocare tranquillo, molto “off the ball”, senza strafare. Lo ha capito, specialmente nel corso degli scorsi playoff, dove la quantità era stata sostituita da zampate anche decisive nei momenti cruciali delle partite in support a James. Deve ancora trovare il suo reale assestamento, quindi nel corso di questa regular season continuerà a farci incazzare/amare il suo stile di gioco. Ma quando accende non ce n’è…
  • Memphis non molla di un millimetro la vetta dell’intera NBA. Sono una sorpresa che però non sorprende. Hanno l’intelaiatura più quadrata dell’intera lega, un reparto lunghi… lungo, solido, complementare ma talentuoso. Hanno un reparto esterni completo e pieno di tasselli importanti, ognuno dei quali porta il suo mattoncino. Hanno un Rudy Gay che per ora sta giocando ad alto livello con poche pause, e girano di brutto, quasi ad essersi dimenticati dei problemi della scorsa stagione in cui la leadership tecnica non si sapeva bene di chi fosse all’interno della squadra. Invece sembrano non aver problemi a dividersi le responsabilità nel corso delle partite, ed hanno una struttura tattica che li rende insidiosi un po per tutte le altre squadre.

Dimmi cosa ne pensi!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...