Doppio Playmaker

E’ uno dei temi tattici più caldi della lega e un trend che sta facendo scuola: tante squadre giocano con il doppio playmaker in campo ed i motivi sono innumerevoli.

  • Oggi il ruolo di point guard non è più visto esclusivamente come ballhandler ma come attaccante che deve creare gioco istantaneo e spesso viene impostato come finalizzatore.
  • Avere due portatori di palla in campo permette di giocare più in velocità, o comunque alzare il ritmo del gioco ed eseguire con più rapidità.
  • Di conseguenza il doppio playmaker a fini tattici può essere utilizzato per cambiare il ritmo alla gare a seconda delle necessità.
  • Con i pick & roll che sono una parte fondamentale di qualsiasi playbook, il doppio playmaker permette variabili tattiche più creative e destinate a generare più opzioni all’attacco.
  • In alcuni casi il doppio playmaker permette una maggiore circolazione di palla per trovare un tiro migliore e muovere più velocemente la difesa.

Usano questo espediente con successo i Minnesota Timberwolves, che hanno nel proprio backcourt 4 playmaker che raramente Adelman non sfutta in coppia assieme in campo. Ridnour, Barea, ora Rubio fresco di ritorno dall’infortunio e anche Shved che Adelman vede quasi esclusivamente come guardia, ma ha le stigmate del play moderno.

Sono 4 trattatori di palla sopraffini, ognuno con una propria peculiarietà a cui piace guardare al canestro, a cui Adelman affida il ritmo dei suoi T’Wolves e dal cui gioco dipende l’atteggiamente offensivo dei lupi.

Fino a poco tempo fa i Wolves potevano anche fregiarsi delle qualità in regia di Brandon Roy, che è una guardia pura, ma sa trattare bene il pallone ed ha QI cestistico elevato per gestiere l’arancia con i soliti risultati di un play.

Il bel gioco dei Timberwolves è tale anche per quello, per la capacità dei piccoli di alzare e abbassare il ritmo, di eseguire l’attacco “Princeton oriented” ma anche di uscire dagli schemi e creare soluzioni nuove e nocive per le difese avversarie.

La qualità non manca di certo, perchè Ridnour è uno che da pick & roll sa valutare bene le opzioni che gli concede la difesa, Barea ha la capacità di tagliare a fette una difesa, Shved è genio e sregolatezza, e Rubio è tutte queste cose messe insieme a un ritmo anche più alto.

Da quest’anno anche i Knicks giocano tanto con il doppio playmakers. All’inizio poteva essere una necessità, a causa dei problemi fisici di Stoudemire e di Shumpert che hanno costretto Woodson a cambiare assetto al quintetto con Anthony da finta ala forte, ma ora, dopo 1 mese e passa di regular season è proprio un credo.

Felton e Kidd sono i due partenti nel ruolo di guardia per New York, e sono ovviamente due playmaker che hanno bisogno di poche presentazioni.

Felton fa quello che sa fare, che è forse l’unica cosa che sa fare, ovvero puntare il canestro, che sia in entrata o un palleggio arresto e tiro dopo aver girato l’angolo del pick & roll, preoccupandosi di poco altro. Lo faceva ai Bobcats dove Larry Brown lo spostava spesso in guardia, lo faceva ai Knicks con D’Antoni, mentre a Denver e Portland gli veniva questo di essere un play più tradizionale. Quello è lavoro per Jason Kidd, che alla soglia dei 40 anni non ha più nelle gambe la freschezza per correre come un matto per il campo, ma si apposta sul perimetro in attesa che qualcun altro lo peschi libero sfruttando la sua infinita sapienza cestistica per fungere da facilitatore, da playmaker vero senza aver bisogno di palleggiare 15 volte ad azione e senza avere troppo la palla in mano.

La particolarità della coppia Felton-Kidd è che oltre a essere uno dei segreti dell’esplosione dei Knicks – squadra che muove bene e tanto la palla, anche in situazioni di iso che generano raddoppi, per piazzare strisce di triple pesanti che sono il loro marchio di fabbrica – è che funziona anche in difesa, perchè Felton è massiccio e compatto per non avere problemi con play e guardie e lo stesso Kidd ha dimostrato in lungo e in largo di essere un difensore migliore sulle guardie che sui play.

Anche i Charlotte Bobacts sfruttano il doppio playmaker per volere di coach Dunlap e del suo basket di matrice universitaria.

I Bobcats giocano un attacco molto semplificato, il cui obbiettivo è da pick & roll, mettere da subito in condizione i propri frombolieri di liberarsi per un tiro. Stante la qualità del settore lunghi che vede come titolari Byombo e Mullens, non certo due fenomeni, è l’unica via per Dunlap di dare una continuità offensiva decente per non incombere nei problemi dell’anno passato per cui Charlotte faceva fatica ad arrivare ai 90 punti segnati ogni partita.

Nella gestione Silas infatti Walker aveva la museruola, Augustin non era certo un giocatore in grado di fare pentole e coperchi e palla in mano sugl’altri non c’era da contare.

Dunlap ha deciso invece di consegnare le redini della squadra a Kemba Walker, si è fatto cedere Maggette per mettere le mani su Ben Gordon e ha preso Sessions dal mercato dei free agent.

Il suo quintetto titolare è standard con Taylor da guardia per dare stabilità in difesa e stazza all’inizio, ma i momenti cruciali delle partite se lo gioca abbinando il trio Walker-Sessions-Gordon a seconda dalla necessità.

Walker, Gordon e Sessions solo anche i primi realizzatori dei Bobcats, a suffragio di quanto detto e la dinamo che permette al gioco dei Bobcats di evolvere nel corso delle partite da cui poi i vari Mullens, Henderson e Kidd-Gilchrist ne traggono beneficio.

A inizio regular season questa impostazione ha permesso ai Bobcats numerose vittorie in relazione alle aspettative, ora sono in calo, probabilmente perchè ormai il loro gioco è stato scoutizzato a maniera dagli avversari e quindi è opportuno che il trio di frombolieri faccia il salto di qualità non dal punto di vista realizzativo, ma della comprensione del gioco e in una gestione della palla più oculata e democratica verso i compagni.

Altra squadra che ha nel proprio DNA il doppio playmaker sono i Denver Nuggets, della finta democrazia promossa da Karl, che in realtà è una serie di isolamenti, ripetuti e continui giochi a due sul lato forte con set offensivi spesso identici ma sfruttabili da quasi tutte le coppie di giocatori che sono chiamati a eseguire l’asse portante dello schema.

Karl ama avere in campo Lawson e Miller assieme, sfruttando le accelerazioni, anche senza controllo, del play ex Tar Heels, a cui affianca le doti più classiche di gestione del pallone di un califfo come Andre Miller.

Lawson smazza assist perchè è rapido e razzente per affettare in due le difese NBA e generare scarichi piedi a terra per i compagni, Miller non è particolarmente rapido ma il suo 1 vs 1 compassato, spesso spalle a canestro è utile per permettere ai lunghi di muoversi sul lato debole ed essere innescati in movimento dietro gli occhi della difesa.

Il limite più grande, ritenuto da Karl un rischio calcolato, è che entrambi senza palla in mano sono pressochè inutili.

Come caso limite ci sarebbero anche i Milwaukee Bucks che giocano con una coppia di comboguard trattatrici di palla ma poco assistman il cui unico obbiettivo è tirare e la cui squadra vive in funzione delle loro necessità. Con queste premesse, in singola giornata, i Bucks possono vincere e perdere contro chiunque.

A supporto di Jennings e Ellis c’è una folta schiera di mestieranti, gregari, specialisti di una cosa o di un’altra in grado di farli rendere al meglio, passando da Ilyasova e Dunleavy che vivono dello spazio aperto dal gioco dei due, passando per Sanders, Dalembert e Mbah Moute che viceversa hanno il compito di creare loro spazio con blocchi e tagli, il tutto per compiacere la filosofia ( da sempre) di Scott Skiles, uno che ha fondato la sua carriera da allenatore nel plasmare il suo gioco attorno a play/guardie di rottura.

Doveva essere una delle novità tattiche più accattivanti dei nuovi Thunder senza Harden, ma la coppia Westbrook-Maynor non piace molto a Brooks, che preferisce invece ancora affidarsi all’impeto dell’ex UCLA per creare  grattacapi alle difese avversarie e sfruttare il nuovo arrivato Martin, abile a instaurare da subito un feeling particolare con le due star.

Se poi ne facciamo un discorso a più ampio spettro ogni singola squadra NBA, ad eccezione dei Celtics, Heat, Sixers, Jazz, Grizzlies e Rockets, Lakers che per esigenze e necessità sono orientate verso altro, prevede momenti di doppio playmaker o meglio ancora, di due trattatori di palla che possano rivestire il ruolo di playmaker contemporaneamente in campo assieme.

In NCAA questa tendenza è una consuetudine, in Europa è una regola quasi fissa, in NBA sta prendendo campo sempre di più.

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