Lillard è un leader nato

Io di Damien Lillard, prima di maggio/giugno scorso non sapevo assolutamente nulla, e nemmeno che ci fosse un college in Division I Ncaa che si chiamasse Weber State.

Non l’ho mai visto giocare se non in qualche occasione in questa Summer League, un banco di prova che dice poco sulle prospettive di un giocatore.

Mi fidavo del giudizio quasi unanime di addetti ai lavori e siti specializzati che lo descrivevano come una delle tante comboguard in grado di mettere punti facili, con la possibilità di fare poco altro.

Un elemento di rottura più che un uomo franchigia, e la decisione di investirlo di tale ruolo da parte dei Blazers aveva fatto storcere il naso a molti.

Invece al momento Lillard, guida la classifica dei rookie in punti ed assist e registra in  media 18.6 punti con 6.7 assist, in 38 minuti di media.

Doveva essere un nuovo Jerryd Bayless invece è un probabile, se non certo, Rookie of the Year.

Io devo essere sincero, i Blazers non sono una squadra che seguo molto, per cui di questa Lillardmania non mi sono interessato molto, fino a che non ha visto un paio di partite in ordine sparso, compresa forse la sua peggior prestazione stagionale contro Toronto e la gara che ha chiuso con il buzzer della vittoria contro Denver.

Sono rimasto impressionato, molto impressionato.

Gioca con una leadership innata, non è sempre disciplinato, non esegue sempre la scelta giusta, ma ha la capacità di farsi seguire, di issarsi oltre gli altri e prendere le responsabilità importanti.

Ha alle spalle nemmeno 30 partite NBA, eppure è già il leader offensivo e la dinamo dei Portland Trail Blazers, che oltre a essere una squadra giovane, sono costruita e pensata per metterlo a suo agio da subito.

Sia che giochi bene, o che giochi male, che faccia canestro o prenda scelte di tiro rivedibili, il suo linguaggio del corpo è sempre lo stesso, non ha paura di sbagliare, ha fiducia nei suoi mezzi e cosa ancora più importante, specialmente per un rookie, ha la fiducia incondizionata (ripagata) dello staff.

Una cosa che non mi aspettavo è che fosse un playmaker migliore di quanto si pensi. Al di là del numero di assist, che sono una statistica che io reputo fasulla e che avrò modo di approfondire un’altra volta, lo vedo capace di gestire un attacco senza condizionarlo troppo.

Non è il nuovo Jason Kidd, che mette in ritmo i compagni prima di mettere in ritmo se stesso e che ha in testa il gioco come pochi altri, però ha timing per il gioco, sa giocare dentro lo spartito tecnico, il più delle volte è in grado di riconoscere il momento della partita in cui accentrare o delegare.

Sa di essere la prima punta offensiva, a volte si concede qualche licenza di troppo, ma sono incastonate in un sistema offensivo che è strutturato per attingere da tutto il suo potenziale.

Si incastra a meraviglia con Batum e Aldridge, che sulla carta dovrebbero essere i leader designati, ma in realtà hanno entrambi tante qualità e uno spessore tecnico di prima livello se sono deresponsabilizzati.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti, i Blazers sono una squadra giovane, completa, ricca di talenti da sviluppare mixata con un paio di veterani che fanno spessore in spogliatoio senza essere ingombranti e qualche giocatore affidabile.

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