L’ascesa di Paul George, la discesa di Skiles, i Seattle Kings e le nubi attorno a Memphis e New York.

Cambio approccio alle mie analisi (come se ve ne fregasse qualcosa) settimanali sui fatti che ritengo più interessanti della settimana NBA. Innanzitutto non si chiameranno più “NBA Week ecc… ma verranno raccolte tutte in una nuova categoria chiamata “High Five”.

NBA Week 10 (from 6th to 12th January)

George vs Heat

  1. Non c’è giocatore più emergente di Paul George. Me ne sono reso conto guardando Pacers contro Heat giocata lo scorso martedì. I Pacers non mi rientrano particolarmente nell’occhio ed a dir la verità non sono molto pubblicizzati, ma dopo le difficoltà iniziali, stanno salendo di colpi, sono 4° ad est ed in netta crescita. La chiave di questa crescita è senza dubbio il 3° anno da Fresno. Contro gli Heat oltre a fare la differenza in attacco, con le triple chiavi nel 3° periodo e un paio di giocate spettacolari nel primo tempo, è stato un fattore difensivo su LeBron e poi ha limitato Wade nella ripresa quando nel primo tempo ne aveva messi 24 dei suoi 30 finali. Mi sembra che si sia, giustamente, involato verso il premio di “MIP” dell’anno. Se lo merita più di altri. Leggo i nomi di Harden, Asik, Mayo e altri tra i papabili. Ma è tutta gente che ha cambiato squadra e contesto. Se l’essenza è premiare chi è migliorato a tutto tondo, la mia scelta è su di lui, che è passato dall’essere un gregario da quintetto, a una “Rising Star” pronta per l’All Star Game, prendendo in mano la leadership tecnica di una squadra che è ai vertici della Eastern Conference. Io francamente rimango ad occhi aperti a vederlo giocare in attacco. Solo un’altra persona di 207 cm ha quella fluidità di tiro, quella sinuosità di movimenti e quel rilascio rapido e preciso. Kevin Durant.
  2. Scott Skiles si è dimesso dal ruolo di Head Coach ai Bucks. Zach Lowe in settimana ha scritto un ottimo articolo, questo, che condivido. Il destino di Skiles era stato segnato anche ai Bulls da un approccio troppo rigido alla fase difensiva. La sua esperienza ai Bulls e ai Bucks ha molti punti in comune. I primi anni i ragazzi giocano per lui, si sbattono, lo seguono. Poi tra un rinnovo multimilionario e tra lo stress di avere sempre questo personaggio esigente che ti urla nelle orecchie, lo mollano e si entra in una fase di stallo. A questo giro però non è stata solo la società a perdere la pazienza, ma di comune accordo anche Skiles ha fatto un passo indietro, forse logoro dal fatto che gli hanno smantellato una squadra che amava e che aveva costruito in palestra, con una in cui non si ritrova appieno. Passare da Bogut e quello che porta in difesa, a Monta Ellis e quello che distrugge in entrambi i campi è dura. A maggior ragione se lo devi far convivere con un altro giocatore simile per attitudine come Jennings. A condire il tutto il carattere non certo semplice dell’ex play dei Magic, uno che non cerca quasi mai il compromesso ma il confronto e notoriamente non fa prigionieri. Zach Lowe conclude nel dire che per Skiles potrebbe valere l’idea di farlo assistente con compiti difensivi da qualche parte, almeno, aggiungo io,  finchè non si rigenera e verrà chiamata sulla prossima panchina di una squadra che costruirà dal nulla e che poi imploderà sotto le sue urla.
  3. Sembra che i fratelli Maloof, proprietari dei Sacramento Kings, abbiano avviato le procedure per vendere la franchigia e trasferirla a Seattle. Lo riferisce il Los Angeles Times. Sembra che un investitore di Seattle, Chris Hansen, appassionato di basket e ex tifoso dei Sonics li abbia contattati, anche se al momento non c’è nulla di certo e non sono ancora uscite fuore le cifre dell’affare, che dovrebbe attestarsi attorno ai 500 milioni di dollari.  I Kings si trasferirebbero già a partire dalla stagione 2013-2014, inizialmente alla Key Arena fino a che la nuova arena (che vale un investimento di 490 milioni) non sia terminata. La cosa pare già in stato avanzato, tanto che Kevin Johnson, sindaco di Sacramento ed ex stella NBA ai Suns, abbia lasciato intendere che ci sia del vero in quello detto finora. Il braccio di ferro tra i Maloof e Johnson ha preso una piega che potrà favorire sicuramente i Kings come organizzazione. Perchè sotto la gestione Maloof, specialmente negli ultimi anni i Kings erano diventato una barzelletta, non da ultimo per la questione della sospensione di Cousins, punito dallo staff tecnico ma reintegrato dai piani alti scavalcando il coach e il gm. Aria nuova, vita nuova, magari il nome vecchio potrebbe rivitalizzarli.
  4. Memphis ha il solito record dei Miami Heat al momento in cui scrivo queste righe (23 vittorie e 10 sconfitte) che vale il 4° seed ad ovest. Giocano bene, difendono meglio, e sono ormai una realtà consolidata a medio/alto livello. Eppure qualcosa sta per cambiare. I beneinformati dicono che abbiano messo sul mercato due dei loro giocatori di punta, i migliori realizzatori e forse giocatori del roster: Rudy Gay e Zach Randolph. Non so quanto c’è di vero, perchè le fonti che tirano fuori queste voci mi sembrano al momento poco credibili (Wojnaroswki in particolare) e le contropartite tecniche venute a galla mi fanno pensare che siano proprio voci. In pratica Gay avrebbe suscitato l’interesse dei Suns che avrebbero ceduto Dudley con scelte e fuffa varia e Toronto per un pacchetto comprendente Calderon uno tra Ed Davis o Ross e scelte future, mentre Randolph sarebbe stato proposto a Sacramento per non so bene cosa. Mi pare strano che Memphis distrugga nel giro di qualche settimana il suo “core” che dal punto di vista tecnico stava dimostrando di essere abbastanza coeso. Ma nella NBA mai dire mai, è prima di tutto un business e le trade per motivi finanziari, specialmente nei piccoli mercati sono sempre all’ordine del giorno anche se ciò comprometterebbe la stabilità della squadra. Io condivido il punto di vista di Fazz, che sostiene che sì Gay sia sul mercato, ma solo per sondare cosa potrebbero ricevere in cambio e non per scambiarlo alla meno. Stesso dicasi per Randolph, che comunque dopo l’exploit di due stagioni fa, è un po in picchiata. Vedremo…
  5. I Knicks sono in calo e c’era da aspettarselo anche dopo un inizio al fulmicotone. Il record nelle ultime 10 partite parla di 4-6, con una striscia aperta di 3 sconfitte consecutive anche se contro Boston, Indiana e Chicago, ovvero ad est le squadre più in forma del momento. Hanno diversi fattori che hanno influenzato questo periodo nero, che in una stagione regolare di 82 partite è una tappa forzata per ogni squadra, come gli infortuni ed i cali di forma. Però la causa principale la riassume coach Mike Woodson

    Dimenticatevi l’attacco, segnamo abbastanza punti. Difensivamente non siamo dove eravamo a inizio stagione. Non possiamo sempre pensare di andare sotto di 20 per iniziare a stringe le maglie.

    E’ un po il fulcro che ruota attorno a questo record insufficiente inaugurato a Natale contro i Lakers. Se vivi e muori della produzione offensiva, le montagne russe sono inevitabili. Questo è il momento in cui i Knicks dimostreranno il loro valore, e confermeranno o no la loro candidatura a contender per l’anello. Devono ritrovare l’equilibrio, perchè in fondo ci arriva, da sempre, chi in corso d’opera riesce a trovarlo e mantenerlo fino in fondo. Penso agli Heat lo scorso anno, ai Celtics e ai Lakers degli anni passati e penso anche agli esempi sbagliati come i Suns, Lakers di oggi e i Bulls di tre stagioni fa, per un verso o per l’altro troppo incentrate o sull’attacco o sulla difesa.

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