La Gazza Ladra: Pee Wee Kirkland

Chi l’ha mai detto che i migliori giocatori di basket della storia abbiano giocato tutti nella NBA?

Ci sono centinaia di persone che giurerebbero di aver intravisto giocatori più forti di Micheal Jordan, Wilt Chamberlain o Magic Johnson al di fuori dei parquet professionistici, lontano dalla luci della ribalta di quel mondo dorato che frutta milioni di dollari.

Le loro gesta non sono immortalate negli highlights o nelle Top 10 della notte, ma nascono dal clangore delle retine metalliche che fanno da colonna sonora, assieme al suono del palla che rimbalza sull’asfalto e a qualche colpo di arma da fuoco sparato (quando va bene in alto), all’essenza primordiale del basket, quello giocato nei playground.

Qui non ci sono i libri di storia pieni di resoconti e statistiche da consultare. Qui le voci si tramandano di generazione in generazione, nascono e muoiono tra il cemento, diventano leggende, che in quanto tali alimentano un mito, racchiudendo in sé solo una parte di verità.

Leggendaria è senza dubbio la vita di Richard “Pee Wee” Kirkland, la “Gazza Ladra, un tempo conosciuto oltre la 100th come “The Bank of Harlem” per la sua capacità di fare soldi facili con il basket e con la criminalità.

Pee Wee Kirkland al Rucker Park...
Pee Wee Kirkland al Rucker Park…

Per gli amanti delle storie del sommerso a sfondo cestistico il nome di Kirkland non è affatto nuovo: a lui è dedicato un capitolo di “Lost Souls” di Christian Giordano, un libro di parla di Basket, asfalto, anime perdute al dio dei grandi inganni ma rese immortali dai playground della Grande Mela.

Recentemente la sua storia è stata raccontata anche nel film-documentario Doin’t in the Park, che ripercorre la storia dei playground metropolitani di New York e di tutti i suoi protagonisti più acclamati, ma se volete scavare più in profondità bisogna guardare “Black Magic”, un documentario di 4 ore diviso in due atti confezionato e mandato in onda su ESPN nel 2008. (Non è solo un piacere, è un dovere.)

In una New York turbolenta a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 la vita è dura, specialmente per gli afroamericani che vivono nei sobborghi. Il passo tra la vita e la morte (violenta in molti casi) è breve, ma ancora più breve è la scelta di indirizzare la propria vita verso il baratro della delinquenza anziché il contrario.

Se oggi Harlem sta diventando lentamente un quartiere residenziale situato all’estremità nord di Manhattan, in quegli anni era il ghetto più pericoloso forse degli interi Stati Uniti, laddove droga, corruzione e criminalità scandivano la normale routine quotidiana.

Pee Wee manco a dirlo è afroamericano, è povero in canna, vive con la famiglia disagiata all’incrocio tra Lenox Avenue e la 116th strada e a 13 anni entra nel giro della droga dopo aver detto alla madre, invece, di aver trovato un lavoro come strillone.

È talmente abile nello spacciare, ma anche con le scommesse e il gioco d’azzardo, che a 15 anni ha già i soldi per comprarsi una Rolls Royce senza ancora avere la patente per guidarla.

Oggi descrive la sua vita all’epoca come “una vita da gangster”, circondato dal lusso provocato dai soldi facili, dalle auto, da gioielli, dalla sua crew armata del “ferro” di ordinanza, di fatto spianando la strada alla moda che anche oggi imperversa tra rapper o rappresentanti autorevoli della cultura hip-hop.

Non puoi capire la povertà se non sei mai stato povero.  Ai tempi sapevo di aver preso una brutta strada, ma quale altra scelta avevo?

Ma il suo vero talento non erano le attività illegali o clandestine. Era il basket.

Si innamorò del gioco, ne divenne uno dei miglior interpreti da strada e lo cambiò, perché come Kareem Abdul-Jabbar con il suo gancio cielo contrassegnò uno dei movimenti più immarcabili della storia del basket. Kirkland fu uno dei precursori di due movimenti tra i più amati dagli streetballers: l’arte di rompere le caviglie, meglio noto come “crossover”, e lo “spin move”.

Al Rucker Park detiene almeno una dozzina di record che nessun altro riuscirà a battere, anche perché nessuno li ha mai messi per iscritto, vengono semplicemente tramandati a voce. Si è scontrato contro i migliori giocatori della Grande Mela, al tempo pazzesca fucina di talenti da strada, ma anche contro i migliori giocatori in assoluto.

Gente come Julius Erving, Tiny Archibald, Walt Frazier, Willis Reed, Earl Monroe erano di casa al Rucker Park, mostravano i lustrini della loro vita da predestinati, erano sciolti e disinvolti, ma quando incrociavano le armi con Pee Wee Kirkland alla fine ne uscivano  sistematicamente annientati da quella guardia. Era talmente rapido, talmente in controllo e talmente onnipotente con palla in mano che imbarazzava pure loro, che in quel periodo dominavano non solo le leghe estive ma anche quelle Pro.

Era Allen Iverson prima di Allen Iverson. Pee Wee Kirkland non era un giocatore di basket, era “come si gioca a basket”.

Dopo aver letteralmente dominato a livello liceale (a 50 punti di media in una singola stagione) nel circondario di New York arrivò il momento di scegliere il college.

Ripiegò dapprima in North Carolina al Kittrell College virando successivamente a Norfolk State University. Entrambi college pubblici, entrambi relegati nei circuiti della NCAA di Division II, entrambi di matrice fortemente e volutamente afroamericana.

Di lui si disse che al tempo era il giocatore più veloce nel panorama collegiale. Entusiasmò in entrambi i posti a suon di punti, dicono intorno ai 40 di media in modo anche abbastanza agevole.

Ma in quegli anni le statistiche le tenevano solo per i college maggiori e più seguiti. Le piccole università afroamericane non erano degne di tale privilegio, nessuno riempiva i box scores e come al campetto la storia divenne leggenda, e la leggenda divenne mito.

Impressionò talmente il mondo del college basket che, nonostante il suo pedigree cestistico, perfino John Wooden ne richiese il transfer per portarlo a UCLA e farne la sua guardia titolare.

Proprio la UCLA che in quegli anni riscrisse la storia della NCAA con quel tale, Lew Alcindor, a dominare ogni porzione del campo. Sarebbe stata la porta di ingresso verso il mondo del professionismo, i dollari del mondo professionistico e probabilmente anche qualche titolo NBA.

Non se ne fece niente. Perché allora un afroamericano permeava di diffidenza in un ambiente che non fosse il ghetto, men che meno se la sua reputazione lo precedeva a grandi passi.

Kirkland ancora oggi è risentito di quel trattamento che non toccò solo a lui, ma anche al suo amico Earl “The Pearl” Monroe costretto a giocare a Winston-Salem State University in Division II NCAA.

Ma non ne fa una colpa solo del sistema, perché nonostante le avversità ambientali i suoi amici Monroe e Archibald ce la fecero a sfondare, rinunciando ai vizi, alla droga o ai soldi facili, mentre per lui certi demoni sono più difficili da sconfiggere rispetto a un qualsiasi avversario mandato per terra con un crossover.

Quello di UCLA è solo il primo bivio preso dalla parte sbagliata nella vita di Pee Wee, che fa da preludio alla “Sliding Door” cruciale della sua vita.

Nel 1969 Dick Motta, allenatore dei Chicago Bulls rimane affascinato dal suo gioco e gli offre un contratto biennale da 40.000 dollari scegliendolo al 13° giro del draft NBA.

È per lui la seconda e ultima occasione per la futura ammissione alla Hall of Fame del gioco, ma il primo approccio al mondo mainstream (a UCLA) aveva lasciato una ferita ancora aperta, perché il giovane e immaturo Kirkland scelse di tornare a New York, non per i Knicks (che lo volevano provinare sotto l’egida di Red Holzman, su imbeccata di Monroe), ma per la strada, dalla sua gang, che oltre a spacciare faceva pure strozzinaggio e compieva rapine armate nelle gioiellerie.

Niente era più importante di essere considerato il “Re” di quel rettangolo di gioco tra la 155th e l’8th, che per lui valeva più degli anonimi parquet luccicanti della NBA.

Durò poco. Venne beccato. Alcuni dicono incastrato da una banda rivale.

Fatto sta che il talento di Kirkland non fu mai visto su un campo da gioco professionistico, immortalato da fotografi e telecamere, tramandato ai posteri da documenti scritti e ufficiali.

Scontò la sua pena di in un penitenziario di massima sicurezza in Pennsylvania, poi venne trasferito fino al 1988 in un istituto correzionale per evasione fiscale dovuta ai soldi guadagnati nella sua vita precedente.

Nel corso del suo soggiorno forzato, partecipò a diversi tornei tra detenuti nei vari penitenziari che chiuderà, con tutti i dubbi del caso, ad una media di quasi 70 punti a partita in poco meno di 10 partite “ufficiali”. Si narra che una volta ne mise 135 in una singola gara.

Poi qualcosa cambiò. La visita di sua figlia in prigione gli aprì gli occhi, il dolore che lei provava nel non poterlo abbracciare lo indusse ad un viaggio introspettivo in cui raggiunse l’illuminazione.

Uscì di prigione, tornò ad Harlem, e le vecchie compagnie cercarono di ributtarlo nel giro. Stavolta senza successo.

Pee Wee allontanò tutti e iniziò l’uno-contro-uno contro i suoi demoni. L’uomo che un tempo scorrazzava nel quartiere in macchine di lusso divenne l’uomo che girava usando il bus,  intenzionato a diventare un esempio per gli altri.

Fondò la “School of Skillz”, un associazione finanziata dalla Nike che ha il compito di togliere dalla strada i ragazzi provenienti dalla zone più disagiate, inizialmente di New York, ma ora estesa a livello nazionale.

Pee Wee Kirlkand oggi
Pee Wee Kirlkand oggi

Oggi, più che 60enne, Kirkland è un uomo nuovo. È vero, ha perso non una ma ben due occasioni per cambiare in meglio la sua vita e che qualche rimpianto ce l’ha

In strada solo il più forte sopravvive. Una scelta, una singola scelta sbagliata ti può cambiare la vita. Non mi davo pace per aver gettato al vento le mie occasioni, pensare a quello che potevo essere e che non ho potuto diventare

ma ama dire a chi incontra

E’ tutta questione di tempismo. Trent’anni fa ero parte del problema, oggi sono parte della soluzione a quel problema.

Il suo scopo nella vita è insegnare i principi non solo del basket, ma della vita stessa, ai giovani che vedono in lui una figura di riferimento.

La leggenda che vive intorno a me è stata parecchio gonfiata dal passa parola e dal mio passato da delinquente. Non voglio glorificare i miei errori, ma mi sento socialmente utile perché ho vissuto sulla mia pelle ciò che stanno vivendo sulla loro migliaia di ragazzi. Nelle comunità nere devi avere questo genere di rispetto per farti ascoltare, per cui sfrutto questa occasione per toccare il cuore della gente e con il mio esempio guidarli verso le scelte giuste che dovranno fare nella propria vita.

Quando gli chiedono di racchiudere la sua vita in un pensiero non ha dubbi e dice

Come si gioca a basket è una partita che ho sempre vinto, ma come si affronta la vita è stata l’unica partita che abbia perso.

Questa frase vale più di mille parole. È tutta la leggenda di Richard “Pee Wee” Kirkland.

(corretto e revisionato da Dario Vismara, inizialmente proposto per HoopsDemocracy)

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