Le Jersey NBA

La NBA è essenzialmente un business, soprattutto per quanto riguarda il merchandising.

Ci sono 30 squadre, e un centinaio di Jersey disponibili sul mercato tra versione casalinga, da trasferta, alternate, speciale, celebrativa, più quelle con cui ogni anno alcune squadre in accordo con la lega e con l’Adidas omaggiano la storia del proprio club, le cosiddette “Throwback” Jersey.

Quest’anno ad esempio è stato il turno di Miami, Milwaukee, Indiana, Sacramento, Chicago, Atlanta e Phoenix sfoggiare i completi anni 90

Io sono un amante del classico e del concetto che “meno è più” per cui un completino senza tanti fronzoli, ma con un bell’impatto visivo, che crea appartenenza ed evoca tradizione, ha la mia preferenza.

Impazzisco quindi per i completi da gioco di Celtics e Bulls che rappresentano la storia, cambiati in minimi particolari nel corso degli anni, riconoscibili tra tutti e che non passeranno mai di moda, ed ho una certa predilizione per i look retro dei nuovi completini di Knicks e Cavaliers, essenziali, ma di notevole foggia.

E come spesso accade, nonostante le preferenze, nonostante le idee, ci sono sempre le eccezioni che scombinano tutto, anche se vanno contro i propri principi. E’ il caso del completo da gioco degli Orlando Magic, l’unico (oltre agli Hornets futuri Pelicans) ad aver mantenuto le strisce come parte integrante dell’aspetto visivo, dei Pacers e dei Timberwolves, di cui mi piace l’effetto “freschezza”.

Mi attirano anche la varie versioni alternative delle canotte di Nuggets, Heat, Celtics, Grizzlies

Francamente considero oscene le tenute da gioco di Wizards e Rockets, antiestetiche come poche altre e bisognose di un restyling il prima possibile e non sarebbe male se anche i Mavericks, i Lakers e Suns ammodernassero la propria immagine ormai “obsoleta”.

Per non parlare della ferita agli occhi che rappresenta la maglia versione camuflage dei Toronto Raptors che non voglio nemmeno esporre qui dentro per paura di farvi rimettere il pranzo o la cena.

Gli anni 70 e 80

La tecnologia, ma forse ancora di più il fatto che il basket non smuovesse troppi soldi in memorabilia sportiva, non permetteva ai grafici/stilisti del tempo di sbizzarrire il loro talento a parte rare eccezioni (tipo i Nets) con i giocatori in campo che si distinguevano dai colori delle loro maglie più che dai segni distintivi che portavano realizzati in esse, e il fatto che usavano short molto corti e canotte veramente strimizzite non dava adito a granchè di innovativo o visivamente rivoluzionario.

La rivoluzione degli anni 90

Poi la NBA con le gesta di Jordan e lo sdoganamento a livello mondiale ha iniziato a fare soldi a palate con la vendita delle jersey dei giocatori più rappresentativi e la computer grafica ha preso il sopravvento sul modo di concepire la produzione e realizzazione dei completi da gioco.

In quegli anni si è visto di tutti, da tenute improbabili, a quelle improponibili fino ad autentiche opere d’arte, tutte contagiate dal leit motiv di quel periodo: la vistosità.

Che poi sono le Jersey con cui sono cresciuto, che sognavo quando le vedevo esposte nei negozi.

In Italia arrivavano le repliche Champion, tra cui ricordo con enorme affetto quelle di Zo Mourning agli Hornets, di Charles Barkley ai Suns, di Stacey Augmon agli Hawks, Grant Hill ai Pistons, le immancabili Jordan-Pippen-Rodman dei Bulls ma anche quella di Shaquille O’Neal ai Magic, Gary Payton ai Sonics e quella più sciccosa di tutte: la canotta numero 4 di Vincenzino Esposito ai Raptors.

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