Problemi di Pick & Roll, il venerabile, Lin/Felton, Il mago senza poteri e l’astro nascente

NBA week 15/16 (from 15th Febraury to 2th March)

howard-nash

Il Pick & Roll che non funziona

Che il pick & roll tra Nelson e Howard sia più efficiente di quello tra Nash e Howard è in ingiustizia. Un ingiustizia che si chiama contesto.

L’equazione era semplice, uno dei migliori play della storia a giocare tale situazioni, con il lungo su cui Orlando aveva creato il suo sistema di pick & roll, e l’allenatore che lo aveva sdoganato in ogni salsa nella NBA.

Peccato che per il gioco del basket non valgono le ferree regole matematiche.

Nash è un grande interprete del pick & roll, lo gioca a mille all’ora e riesce a intuire cosa farà la difesa un attimo primo che questo accada, ma ha bisogno di un rollante di un certo tipo, uno che sega in due la difesa altrettanto velocemente per creargli direttrici di passaggio e penetrazione. In più Nash è sublime, dopo il pick & roll, a mettere in ritmo i 3 che non ne sono direttamente coinvolti, e salvo distrazioni o errori difensivi, raramente manda a canestro il bloccante, ma sfrutta gli spazi generati dalle sue sapienti letture per iniziare la circolazione di palla che preso il primo vantaggio poi trovava l’uomo libero (spesso un corner scooter). A patto che vengano create le spaziature giuste.

La caratteristica di Howard invece è quella di fare tanto, ma tanto, ma tanto spazio, poi rollare verso canestro per prendere posizione profonda in area e venir servito successivamente sul ribaltamento di lato, massimizzando la sua potenza nei pressi del ferro. Era il trucco di Stan Van Gundy, che aveva fondato la sua filosofia offensiva su un play abile come pochi altri a girare l’angolo dopo il pick & roll per tirare come Nelson, un esterno facilitatore, passatore e acuto dal punto di vista tattico come il Turkoglu di 4 anni fa, spesso il secondo uomo coinvolto nel pick & roll con la priorità di dare palla a Howard nei modi e tempi giusti, e un 4 tattico che spaziava il campo come Lewis, che rendeva possibile da un punto di vista tattico, la possibilità di dare palla dentro a Howard a piacimento senza interferenze di aiuti, pena severe punizioni derivanti dagli open shot.

In sintesi il pick & roll tra Nash e Howard funziona a intermittenza perchè il primo non ha il suo bloccante ideale, ed il secondo non ha un team strutturato per servirlo dove e quando fa più male, preferendo, inoltre, essere servito in situazioni stanziali, dove non è una minaccia assoluta, che mette in scacco la difesa.

Il venerabile Maestro

Derek Fisher torna ai Thunder per il secondo anno di fila nel solito periodo. Che il venerabile maestro sia un giocatore finito è fuori da ogni dubbio, più venerando che venerabile dunque. Ma se ogni volta, qualcuno, anche di importante, lo cerca, un motivo c’è, ed anche bello evidente: uno come lui, in spogliatoio fa la differenza.

Non so quante parole Ettore Messina abbia speso in tal senso nel suo libro, circa la capitale importanza di un leader silenzioso ma carismatico come il “pescatore” che fa andare al suo posto ogni pezzo del puzzle, in quelle 4 mure altamente strategiche, su cui si fondano le squadre vincenti.

Il compito di Fisher non sarà tanto quello di mettere i suoi consueti Big Shoot, che non sono peraltro l’unico motivo per cui ha giocato 5 lustri ad alto livello nella lega (etica di lavoro di prim’ordine, esperienza, allenabilità, acume tattico i suoi pregi maggiori), quanto di fare da chioccia in campo ma soprattutto in spogliatoio all’evoluzione da leader di Westbrook e Durant.

Sul secondo ci sono pochi dubbi che avrebbe potuto diventarlo anche senza il venerabile, ma Presti ha pensato bene di affiancarlo Westbrook reduce da un periodo un po troppo ondivago con la sua celebre sbroccata di qualche settimana fa.

E poi c’è sempre la polemica dietro l’angolo dell’impagabile Mark Cuban, che si è detto tradito da Fisher, a inizio anno stipendiato dai Mavericks, poi rilasciato per permettergli, su sue pressioni, di giocare con una big.

Lin/Felton, va bene a tutti.

In settimana Kevin Pelton, analista ESPN ed ex consulente Pacers ha scritto una articolo su ESPN, che non ho potuto leggere in quanto visibile solo per chi è abbonato, ma che mi lascia un assist per trattare il tema.

In estate i Knicks hanno rinunciato, a sorpresa, fino a un certo punto, a rifirmare Jeremy Lin, tradando con Portland per accaparrarsi, quasi in emergenza, Ray Felton.

Felton ha giocato una splendida prima parte di stagione (prima di infortunarsi e perdere smalto atletico) in cui è stato uno dei segreti dello scintillante inizio di stagione dei Melo Boys, mentre Lin ha avuto diverse difficoltà di ambientamento dopo il ciclone Linsanity che lo ha portato alla ribalta ma ne ha anche esasperato le aspettative.

Ora sembra il contrario, Felton appare quasi un corpo estraneo nei Knicks che fanno fatica, e Lin dopo aver capito come giocare con Harden, ovvero molto “off the ball” ma concreto nello sfruttare gli spazi, è in forte ascesa.

La verità è che New York ha fatto bene a lasciar partire Lin, che viceversa ha fatto bene ad andare a Houston.

Francamente, per la complessità del loro roster, Lin serviva solo a svecchiare e fare soldi per motivi di marketing ma non aveva le caratteristiche per funzionare al fianco di Melo, tra la schiera dei vari Kidd, Smith e Chandler. Felton riempe meglio le necessità che si andavano a creare una volta che il roster stava prendendo forma, ovvero capacità di variare il pick & roll con un realizzatore sottovalutato che desse imprevedibilità offensiva, lasciando a Kidd il compito di gestire i tempi e i ritmi.

Felton negli ultimi anni, da quando era stato ceduto proprio dai Knicks nell’affaire Anthony, aveva visto il proprio impatto calare in contesti che gli chiedevano più playmaking e meno improvvisazione, snaturando così il suo gioco. Lo aveva capito Larry Brown ai tempi di Charlotte, in cui assieme all’ex Tar Heels schierava volentieri un compagno di reparto con caratteristiche inverse, e Woodson non ha fatto altro che rispolverare il suo dossier.

Lin è adatto a giocare nei Rockets perchè è un playmaker a cui non piace tenere ossessivamente palla in mano, anzi, è ben lieto di lasciare a Harden e talvolta a Parsons il compito di impostare l’attacco. Per di più non ha un ball handling eccellente, e difetta ancora tanto di letture, in particolar sui pick & roll che tende a giocare in modo monocorde. Ma è intelligente, capace di migliorarsi e ritagliarsi i suoi spazi in questi Rockets sorprendenti e sbarazzini, che giocano il basket più divertente della lega, a mio avviso.

Il mago senza poteri magici

Che sia un annata disgraziata per il Andrea Bargnani, è palese. Toronto non lo sopporta e non lo vuole più, la dirigenza cerca di trovare un pollo che si accolli il suo contratto, a meno di finire di fare essa stessa la figura del pollo accollandosi un albatross anche peggiore.

L’attenuante dei problemi fisici regge fino a un certo punto, ogni anni si ferma per guai o fastidi che non fanno altro che gettare ombre sul suo gioco, nettamente involuto rispetto a 2/3 anni fa. Non è mai stato un all-around, le sue idiosincrasie a rimbalzo ed in difesa sono storiche e non vi ha mai posto rimedio, ma non meno di 12 mesi era considerato un potenziale All Star per come giocava.

Quest’anno la dirigenza puntava molto su di lui a inizio anno, aveva iniziato bene, lo avevano spostato definitivamente al ruolo di 4 e non più di 5 con l’innesto di Valanciunas.

Ma era un fuoco di paglia, perchè già prima di infortunarsi era entrato nell’occhio del ciclone per alcune sue partite ondivaghe e un senso di menefeghismo sulle sorti della stagione dei suoi Raptors che avevano spinto Colangelo a proporlo in giro per la lega.

Poi lo stop durato due mesi, il ritorno e medie in 9 partite di 20 minuti di utilizzo con 5.6 punti e 1.8 rimbalzi, tutte uscendo dalla panchina, venendo degradato di minutaggio, responsabilità e mansioni.

Non giocava così poco dal secondo anno nella lega, e non ha mai giocato così male e così svogliato, da separato in casa dichiarato, in attesa di varcare il suolo americano per iniziare la seconda parte della sua carriera, non più da stella o presunta tale (in questo senso illuminante un intervento di Flavio Tranquillo su Rivista NBA, ovvero il Mago non è mai stato un leader mentre Toronto cercava in lui leadership), ma da comprimario, magari proprio da primo cambio dei lunghi.

In una squadra di vertice potrebbe ritrovare passione, vitalità, entusiasmo, e giocatori come lui, tatticamente, sono sempre apprezzati dagli staff tecnici. L’errore più grande sarebbe trovarlo sperduto in qualche gulag senza ambizione. Lì che giochi da gregario o da stella, molto probabilmente rovinerà del tutto la sua carriera.

L’astro nascente

A Clevaland si stanno stropicciando gli occhi seguendo le gesta del prodigioso Kyrie Irving, il cui unico limite attualmente è tutta l’esposizione mediatica che potrebbe minare la sua crescita di giocatore.

Io sono un suo fan, ho ancora negli occhi la sua partita al Garden, di una dominanza assoluta che negli ultimi anni, in un pariruolo, ho trovato solo in Chris Paul, ed altre sue prestazioni clamorose.

Tuttavia mi sento di muovergli diverse critiche:

E’ un grande scorer ma gioca troppo per conto suo, non per indole, ma per seguire il tracciato che i media gli hanno spianato addosso. Non lo reputo in giocatore egoista, ma quando vieni pompato a dismisura (anche meritatamente) il rischio è quello di strafare. La sua media assist è ridicola in confronto ai numeri di tiri che prende ed al suo ruolo di playmaker. E le palle perse sono un problema.

Per quanto fare 10 assist di media in una squadra come Cleveland sia difficile, è innegabile che la sua crescita offensiva passa per una migliore selezione di tiro, un maggiore coinvolgimento dei compagni e l’imboccamento della giusta strada verso la maturità.

Non reputo Byron Scott un coach NBA degno di tale nome, ma un paio di cose l’ha centrate appieno, da conoscitore di basket: Irving non difende ed esige da lui maggiore impegno difensivo. E ha boicottato la sua candidatura al posto di titolare all’All Star Game, perchè lo avrebbe elevato ad uno status che attualmente non merita nonostante le scintillio del suo gioco cercando di svezzarlo e farlo crescere nel modo giusto, senza saltare passi importanti nella formazione di un futuro Hall of Famer.

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