Un Kobe Bryant diverso…

Kobe Bryant è talmente commuovente, che ti viene voglia di tifare per lui, anche se non sei un suo tifoso.

Io lo critico e l’ho criticato spesso, ma non mi ritengo un Kobe Hater, tutt’al più un tifoso di basket molto esigente nei confronti di chi ha quel talento, quell’aurea, quel carisma, quella grandezza mentale e tecnica eppure spreca gran parte della carriera a giocare per conto proprio.

E’ un dato di fatto che quando ha messo da parte il proprio orgoglio, sono coincisi titoli e grandi onori sia personali che di squadra.

Questa stagione per 3 mesi buoni Kobe ha giocato per conto suo, troppo attento a ribadire il suo ruolo di leader tecnico/emotivo della squadra di fronte ai nuovi acquisti Dwight Howard e Steve Nash, con la testa ai record personali (valicando ad esempio il muro dei 30.000 punti segnati) o lacerando una parte dello spogliatoio, della dirigenza e dei tifosi, anche quelli più aficionados che nonostante il loro amore incondizionato verso il “bistecca” iniziavano a nutrire dei dubbi sulla sua tenuta psico-fisica.

Ovviamente tutto ciò ha portato a problemi ed esasperazioni, tramutati in sconfitte e malumori. Addirittura prima della pausa dell’All Star Game i Lakers, fuori dai primi 8 posti valevoli per la post season ed alle prese pure con  un inpronosticabile sfortuna, stavano quasi pensando di mandare a sud la stagione, pronti a smantellare con gli asset Gasol e Howard per ricostruire quel poco che potevano ricostruire in estate.

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Poi la svolta. Di Kobe in primis.

Si è messo a disposizione della squadra, decidendolo così dalla mattina alla sera, ha pensato a far segnare i compagni piuttosto che prendersi caterve di tiri senza senso, ha iniziato a difendere, ed i Lakers hanno incominciato a ingranare le marce alte.

La sua stagione a livello numerico non si discute: è stato in grado di segnare come nessun’altro ha fatto, di far segnare come solo in pochi califfi possono permettersi, ha la mente più colta a livello cestistico tra quei 5/6 al mondo che possono definirsi luminari del gioco, ed a 35 anni ha pure cambiato modo di giocare, attaccando più spesso il ferro come non ha mai fatto nell’ultimo lustro, come riporta quel satanasso di Kirk Goldsberry su Grantland.

Da quando ha cambiato registro i Lakers sono in forte ascesa, hanno riacciuffato la strada per i playoff e Kobe è diventato sempre più leader e traino di una squadra che attorno al suo gioco sta trovando una chimica, un identità, ma soprattutto un anima, che era quella cosa che gli mancava a inizio anno.

Ed anche se la strutturazione dei Lakers rimane poco ortodossa e complicata da far digerire a tutti, perlomeno tutti remano nella solita direzione, anche Howard, che poco aver toccato il picco più basso della sua esperienza NBA, a livello numerico e di impatto, sta risalendo la china, una volta accettato il suo ruolo di parziale secondo piano in attacco.

E l’intelligenza di un giocatore come Nash ha aiutato, visto che per la prima volta in carriera sta giocando un basket non suo, molto off the ball, ma senza battere ciglio.

Kobe sta coltivando un rapporto tecnico con Nash che promette bene. Nessuno avrebbe mai pensato che i Lakers avrebbero giocato meglio con Kobe playmaker occulto e Nash guardia tiratrice, eppure così è, e la dialettica di entrambi sta portando il dialogo tecnico a un livello superiore, fatto di comprensione reciproca sempre più profonda.

Ma il top del top, a mio modesto avviso, è stato in occasione del suo infortunio.

La caviglia grossa come un melone avrebbe fatto pensare ad un lungo stop, che in questo momento della stagione poteva rompere tutti gli equilibri così faticosamente trovati, ma Kobe ha voluto mandare un segnale, ed ha giocato sul dolore contro i Pacers, non certo la squadra più abbordabile in trasferta.

Al di là dei numeri miseri, 0 punti in 12 minuti (3° volta in carriera a 0 punti eccezion fatta i primi 2 anni NBA di apprendistato, in tutti questi casi sempre tenuto a 0 a causa di infortuni…), il suo impatto è stato di altissimo profilo per cementare il gruppo, per dimostrare, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che la testa deve andare oltre l’ostacolo fisico per questi Lakers, che stretti attorno al loro leader, hanno vinto una partita importante.

Ora, io qui lo dico e non lo rinnegherò anche se dovesse andare diversamente: i Lakers stanno trovando la quadratura del cerchio, se si qualificano per i Playoff diventano la mina vagante, anche al netto di tutti i loro problemi tecnici e tattici che rimangono importanti. Hanno sofferto, hanno vissuto l’inferno e ne sono usciti rafforzati bene o male. Se vanno ai Playoff, secondo me, i Lakers arrivano in finale.

2 pensieri su “Un Kobe Bryant diverso…

  1. Bravo, concordo in pieno.
    Non è mai facile parlare di Kobe senza far trasparire ciò che suscita il giocatore che, da una parte o dall’altra, porta sempre a rivedere il proprio giudizio in base al modo in cui ognuno di noi vede il basket.
    Ogni tanto vorrei poter vivere in modo più distaccato il giocatore per potermi concentrare a pieno sulla tecnica e la pulizia del suo gioco.

    È forse questo il motivo principale per cui ancora non ne ho mai parlato nel mio blog ma devo dire che sei riuscito a fare una buona analisi senza scadere nell’accecamento.

    Ah, per finire, non concordo con la previsione di Lakers in finale, almeno non ora. Una squadra che vince così poco in trasferta con squadre vincenti e che affronta i playoff senza mai avere il fattore campo non può, secondo me, avere i favori del pronostico

  2. ovviamente i Lakers in finale è una provocazione, ma in una squadra che ha la miglior guardia della lega, il miglior play degli ultimi 10 anni, l’unico centro dominante della lega e altri giocatori importanti ed esperti, non ci scommetterei mai contro.
    Poi i Lakers mi sembrano più una squadra da PO che da RS. Quindi tutto è possibile, nel bene e nel male.

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