I Lakers (e i Playoff NBA) senza Kobe

Vederlo a terra, lancinato dal dolore, incapace di camminare, poi commosso in spogliatoio, rassegnato all’idea di essersi realmente rotto mette, sportivamente parlando, tristezza addosso.

Anche se non sei il suo tifoso più sfegatato, anche se sei un suo detrattore, anche se ne riconosci i limiti o la grandezza, è un pensiero che penso accomuni tutti.

Il perchè del suo infortunio sono da ricercarsi nelle righe pubblicate da quelli del buzzer beater blog sul loro profilo facebook: fatalità.

Come successe per Derrick Rose un anno fa, la colpa del coach è relativa, sempre con il senno di poi, la verità è che in un modo o nell’altro un infortunio del genere può avvenire in ogni momento, nella più stupida delle situazioni come nella più drammatica.

Ha inciso sicuramente l’ultima dozzina di giorni in cui veniva sovrautilizzato (in pratica mai sostituito), ma era necessario averlo in campo, stante anche l’assenza di Nash per tenere vive le speranze Playoff, oggi quantomeno vicine, ma fino a 4 giorni fa ancora molto distanti, nell’incalzante lotta all’ottavo posto del seed ad ovest.

Infortuni del genere, mi verrebbe di dire da stress anche se non conosco proprio la nomenclatura esatta, accadono in continuazione, per le sollecitazioni a cui sono sottoposti i giocatori NBA nel corso dell’anno, e parlando di Kobe, di un intera carriera quasi ventennale, giocata senza mai risparmiarsi.

Vanno accettati e fanno parte del gioco, ma ti lasciano l’amaro in bocca, specialmente se accadono a ridosso del momento dell’anno in cui Kobe storicamente ha sempre fatto un passo avanti e che lo ha visto protagonista ogni anno dal 1996 eccetto 1, il 2005.

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Ha fatto Crack!!!!

I playoff NBA senza Kobe non saranno gli stessi, per i Lakers ovviamente, che nonostante i miracoli faranno inevitabilmente poca strada, e per la NBA stessa, mancando uno dei motivi per cui il basket che si gioca in America cambia prospettiva, interesse e spessore quando si arriva a Maggio/Giugno.

Per i Lakers è un duro colpo perchè finalmente, in una stagione travagliata che ha visto ogni starter infortunato in modo più o meno grave o fastidioso, erano riusciti a trovare un equilibrio tecnico, a lungo cercato nelle 82 partite di stagione regolare.

Che D’Antoni fosse il coach meno adatto a allenare Kobe era palese, ma era riuscito a trovare un compromesso, affidandogli il pallone già nei primi secondi dell’azione per non venire meno al suo credo di giocare pick & roll in continuità o porre dal subito i cardini per lo sviluppo dell’azione.

In pratica Kobe da portatore di palla decideva se mettersi al lavoro per la squadra sfruttando i due lunghi o isolarsi in un quarto di campo per creare contromosse difensive cui ne avrebbero usufruito (forse) i vari tiratori piazzati.

Ogni altro tentativo di costruire un sistema di gioco più democratico o orientato a sfruttare anche le caratteristiche degli altri giocatori è venuto meno, perchè la presenza di Bryant, nel bene e nel male è condizionante.

Phil Jackson l’aveva capito, e sfruttando le infinite possibilità della Triple Post Offense era riuscito a creare un sistema che desse palla a Kobe non all’inizio dell’azione, ma dopo avere un minimo mosso la difesa, come succedeva ai Bulls del primo Jordan.

Non c’era riuscito senza faticare, ma aveva ottenuto il risultato di incanalare l’egocentrismo di Kobe nella direzione in cui non avrebbe nociuto alla squadra.

I Lakers fino a sabato erano una squadra che si basava su fragili equilibri, sulle motivazioni, su Kobe, e sulla sua competitività pazzesca che non dava mai per morta la possibilità di cambiare l’inerzia del macht con un canestro, come ha fatto fino alla fine contro i Warriors, prima di franare a terra.

Ora invece devono ripartire da capo, ricostuirsi un anima, recuperare Nash, sperando che possa reggere il campo, a spostare il baricentro del loro gioco sotto i tabelloni, unico punto di forza che le rimane per provare a fare lo scherzetto ai Thunder che al 99% saranno i loro avversari.

Io pronosticavo che se i Lakers avessero raggiunto i playoff, sarebbero arrivati in Finale NBA, ma senza Kobe non è più un discorso da farsi.

Però ne hanno passate veramente troppe per arrivare alla postseason e uscire mestamente dopo 4/5 partite anche di fronte alla squadra più temibile dell’ovest.

Se i vari Gasol, Howard, Nash, D’Antoni, Jamison, Metta World Peace, Clark hanno qualcosa dentro lo devono tirare fuori a tutti i costi, gettare il cuore oltre l’ostacolo e trovare quella coesione che erano riusciti in parte a trovare da fine marzo.

Io credo che di solo orgoglio possono dare vita a una serie combattuta, per nulla scontata, persino lunga.

Per Kobe si parla di carriera al capolinea, anche perchè da un infortunio del genere non se ne esce senza perdere qualcosa.

Da un punto di vista atletico, questo era il miglior Kobe delle ultime 4/5 stagioni, in grado di zompare come ai bei tempi, di cambiare il suo stile di gioco, meno propenso al tiro da fuori, più avvezzo a finire al ferro.

Penso che in 6/7 mesi lo vedremo di nuovo in campo, uccidendosi di lavoro per recuperare, forse addirittura approcciando diversamente (si potrebbe dire “finalmente”)  il suo modo di giocare.

A 35 anni la rottura le tendine d’achille è una delle cose più gravi che poteva accadergli, gente più giovane e esplosiva di lui poi non è più tornata la stessa, ma la forza mentale del figlio di Joe Bryant è un assicurazione che farà di tutto per smentire il mondo intero, per tornare a giocare e per farlo ai suoi livelli.

Nuovamente.

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