NBA Awards, secondo me

Finita la stagione NBA, è ora di Awards. A metà stagione avevo fatto un bilancio provvisorio: Questi i miei definitivi:

Rookie dell’Anno: Damien Lillard, Portland Trail Blazers

Con il secondo (Anthony Davis) che arriva terzo. Ha giocato una stagione pazzesca dal primo all’ultimo minuto, sembra quasi che il rookie wall non lo abbia nemmeno sfiorato. E’ stata la dinamo di Portland prendendosi pochi passaggi a vuoto, sfiorando record, e infrangendone altri (guidando la NBA per minuti totali giocati, al primo anno). Nessuno a giugno scommetteva su di lui, a parte il GM Neil Olshey e pochi altri dell’entourage Blazers.

In alcuni momenti di stagione dava pure l’impressione di rendere i Blazers una squadra migliore di quel che erano, quasi da playoff, mostrando una faccia alla Derrick Rose, facendo parlare il suo gioco, prendendo le redini della leadership delle mani di LaMarcus Aldridge. Impressionate.

Quintetto dei Rookie: Damien Lillard, Dion Waiters, Bradley Beal, Harrison Barnes, Anthony Davis

Vista la profondità dello scorso draft che ha detta di tutti era uno dei più talentuosi degli ultimi anni, ci si aspettava qualcosa di più. Detto di Lillard, mi ha colpito Dion Waiters. E’ esploso in alcune prestazione balistiche impressionati, e come natura e tipologia di gioco, alla Ben Gordon per intendersi, si è frantumato in partite orribile. La selezione di tiro è quella che è, una debolezza, ma quando entra, è un punto di forza. Bradley Beal era partito male, ma è cresciuto di partita in partita, specialmente dopo il ritorno di John Wall e il generale repulisti del backcourt compiuto a stagione in corso. Da Harrison Barnes mi aspettavo di più, ma in una squadra competitiva ad ovest è riuscito in poco tempo a diventare titolare inamovibile, da attaccante di razza, ha saputo riciclarsi in difensore specializzato che per convivere con Curry e Thompson è stato l’unico modo per guadagnare minuti e responsabilità. Anthony Davis è stato fermato da fastidi fisici, e ciò che ha detto Flavio Tranquillo nell’ultimo numero di rivista NBA è condivisibile (è ancora un progetto, a difesa schierata non ha movimenti, in contropiede è illegale) e veritiero.

Sesto uomo dell’anno: JR Smith, New York Knicks

Difficile non notare i suoi 18 punti abbondanti, la serie di 30elli in fila rigorosamente partendo dal pino e il suo impatto sui due lati del campo per New York dimostrato pure dalla cifre con oltre 5 rimbalzi di media. Ha giocato la miglior stagione in carriera, a un certo punto era persino papabile di All Star, per la prima volta nella sua vita cestistica inquadrato tecnicamente in un contesto vincente, in cui produce senza affossare o condizionare, come faceva a Denver anni fa. La lotta con Jamal Crawford è stata serrata ed entrambi meriterebbero il premio.

Io reputo JR Smith un finto titolare, che per definizione è un sesto uomo nel senso che entra a partita in corso, ma in sostanza, non ha il ruolo tattico di uscire dalla panchina e cambiare la gara, uscire, tornare nel secondo tempo e cambiare nuovamente ritmo come fa Jamal Crawford, la quint’essenza, insieme al Manu Ginobili d’annata di questo ruolo.

JR entra, e praticamente non esce più dal campo, scollinando a volte anche oltre i 40 minuti, particolarità dovuta alla composizione dello starting five Knicks, che eccezion fatta per Melo, Felton, Chandler, ha un paio di pedine che possono essere giostrate a seconda delle esigenze a inizio partita. Smith quando entra, nelle gerarchie Knicks è dietro solo a Melo.

Giocatore più migliorato: Paul George, Indiana Pacers

Io per questo premio mi base su un paio di aspetti: Lo deve vincere non chi cambia squadra, quindi responsabilità, minuti e quindi cifre e impatto, ma chi nella propria squadra di origine riesce a crescere, GUADAGNANDOSI responsabilità, minuti, cifre e impatto. E non metterei trai papabili i sophomore, che cambiano passo dopo l’incerta stagione da rookie. Ecco perchè lo darei tutta la vita all’ala piccola degli Indiana Pacers, che nel corso dell’ultimo anno ha compiuto quel processo di maturazione che da promessa lo ha reso un giocatore di prima grandezza del panorama NBA. In una stagione è passato dell’essere il 4° realizzatore nella squadre rivelazione dell’est, al top scorer della squadra più quadrata e solida della Eastern Conference.

Meritevoli di nomination però sarebbero anche Stephen Curry che alla sua prima stagione senza infortuni gravi, è passato dai 14 punti ai quasi 23 con cui ha trascinato di peso al 6° posto ad ovest i suoi Warriors, un impresa per certi versi sottovalutata visto il tasso di talento che vige nella West Coast, e grazie agli exploit raggiunti nella seconda metà di stagione, che hanno iniziato a diventare sorprendentemente costanti, non si scordiamo di un giocatore che da quando è tornato in campo, John Wall, ha trainato la squadra in linea con le aspettative di playoff. Io sono stato molto scettico sull’impatto di Wall e la sua evoluzione, visto come aveva giocato l’anno precedente, ma sono stato pienamente sconfessato.

Difensore dell’anno: Joakim Noah, Chicago Bulls

Se ne facciamo un discorso statistico, prendete la squadra che subisce meno punti nella NBA tenendo gli avversari con le percentuali dal campo più basse abbinato al difensive rating singolo e premiereste Roy Hibbert. Che tra l’altro se lo meriterebbe pure perchè oltre ai numeri offre anche sostanza. Ma io stravedo per la leadership nella propria metà campo di Joakim Noah, un giocatore che difensivamente fa reparto a sè: guida ogni suo compagno come un marionettista nel punto giusto, raramente sbaglia una chiusura o i tempi di esecuzione di un raddoppio o un aiuto. E’ uno scenziato nel non far sentire al suo agio un attaccante che prende posizione in post basso, non arretra di un millimetro, è sempre intenso, non si risparmia mai, lotta per ogni pallone a rimbalzo o palla vagante, è il perno su cui ruota la difesa di Thibodeau.

Peccato che abbia saltato quasi 20 partite per infortunio, che potrebbero minarne la candidatura al premio in favore di gente che ha numeri, statistiche di squadre favorevoli, ma ha un impatto decisamente minore: la NBA ha il vizio di premiare sulla base delle statistiche, alla faccia della sostanza, e quindi propone sempre i soliti nomi, di lunghi che prendono rimbalzi e intimidiscono, ma che per ogni stoppata con highlight annesso, concedono carterve di canestri agli avversari su secondo tiro, o palla vagante o scarico ecc. Gli esempi più eclatanti sono quelli di Serge Ibaka, e LARRY SANDERS! seppur il lungo Bucks ha a suo sostegno una serie di statistiche avanzate che lo premiano.

Posto che io, non finirò mai di ripeterlo, premi del genere li darei ai veri specialisti, quelli che non sempre nel loro lavoro riempono lo score, ma in sostanza non fanno fare canestro al loro avversario, integrandosi nel sistema difensivo della propria squadra: Tony Allen, Shane Battier, Jimmy Butler, Avery Bradley, Thabo Sefolosha, Udonis Haslem, Norris Cole, Kahwi Leonard, appunto Noah.

Quintetto difensivo: Chris Paul, Tony Allen, LeBron James, LARRY SANDERS!, Joakim Noah.

Il mio sogno di vedere premiati per questo quintetto i giocatori meritvoli è un utopia, perchè trai coach girano sempre, per accordo tacito, i soliti nomi. Paul è indubbiamente il miglior play, tra le star, in difesa sulla palla, anche se oramai la difesa 1 vs 1 è molto condizionata dall’uso del pick & roll che la tramuta in una difesa a due se non a tre giocatori, di squadra in pratica. Tony Allen ci sta, perchè contro di lui non riesci mai a giocare una partita sulle tue medie al tiro e realizzative abituali, è uno stopper autentico, è potente anche se rende 5/6/7 centimetri buoni a ogni avversario diretto. Se LeBron James non fosse anche, probabilmente, il miglior giocatore anche nella metà campo offensiva, verrebbero messe in risalto le sue qualità difensive. Come ogni star NBA ha dei momenti in cui si risparmia, ma nel sistema difensivo Heat, quando alza il volume, cambia le partite di Miami non solo a suon di canestri, ma pure con il suo impatto difensivo. LARRY SANDERS? guida la lega in stoppata e tirare contro di lui è pressochè impossibile e statisticamente provato mentre per Noah ho già fatto la mia dichiarazione d’amore.

General Manager dell’Anno: Daryl Morey, Houston Rockets

Passare da una stagione mediocre, con una piazza storica della NBA che perde passione e naviga mestamente nel limbo a ridosso dei playoff, lontano da un posto in lottery, con i tifosi sfiduciati, a una stagione da rivelazione dopo aver rifondato in pochi mesi la squadra grazie di una serie di decisioni e strategie prese in modo analitico, basandosi suoi numeri avanzati e sull’intuito è un capolavoro. La ciliegina sulla torta è stata l’acquisto di James Harden, la stella NBA più emergente del panorama, dopo aver composto durante i primi mesi dell’estate una squadra che apparentemente non aveva un senso logico, viste le firme di Lin e Asik e le prese al draft. Con Harden ogni tassello è andato al loro posto, il meccanismo ha preso a ingranare, e il coraggio di certe messe ha ripagato con la partecipazione ai Playoff. Non solo, i Rockets, oltre a essere la squadra più giovane della lega, hanno la miglior situazione salariale per i prossimi 2/3 anni almeno.

Tuttavia da non sottovalutare il lavoro svolto da Glen Grunwald, GM dei Knicks, che senza strafare, attorno a Melo ha costruito una squadra in grado di elevarne le caratteristiche e nasconderne i difetti, e pure l’ottimo lavoro dietro le quinte di Masai Uijri di Denver, l’artefice della favola Nuggets, che in estate ha mantenuto intatto il nucleo base e futuribile aggiungendo quasi in modo gratuito un giocatore del calibro di Igoudala.

Coach dell’Anno: Erik Spoelstra, Miami Heat

Si lo so, fa un po strano vederlo alzare quel trofeo, e si, potrei essere di parte. Ma non si può ignorare il record degli Heat, il primo posto assoluto conquistato già a inizio aprile, le 27 vittorie consecutive, e i record franchigia riscritti. Chi dice che avere in squadra Wade, James, Bosh e Allen sia più facile per vincere, che giocano per conto loro e di talento dominano, lo fa in malafede, sapendo di sbagliare. O negando la realtà dei fatti.

La mano di Spoelstra è tangibile nel processo di crescita di questi Heat, che dal primo anno dei big Three ad oggi, oltre alla difesa, sempre tra le prime della classe per impatto, numeri e efficacia, hanno trovato una fluidità offensiva che sta riscrivendo i paradigmi dell’intera lega.

Io sono un grande fan di coach Tom Thibodeau, che allena da Dio anche senza suffragare questa teoria con il premio di coach dell’anno. E’ riuscito a tenere competitiva una squadra che gioca senza il suo fulcro, cambiando approccio, realizzando il potenziale di alcuni giocatori dati per guasti (come Robinson, Belinelli, Hinrich, in parte Boozer), organizzando un’attacco disciplinato, semplice, ricco di varianti, di letture, di esecuzioni con timing perfetto, a orologio. Nonostante il basso potenziale di punti nella mani, è l’attacco più bello da vedere per un purista del gioco. Senza contare che ciò che fa di lui un coach di altro livello è la preparazione delle sue squadre dal punto di vista difensivo.

MVP: LeBron James, Miami Heat

Non si potrebbe altrimenti. La scorsa stagione sembrava irripetibile, invece ha fatto meglio. Ha abbracciato un nuovo modo di vedere e giocare basket, anche off the ball, non è mai stato cosi efficiente, e gli Heat sono la miglior squadra della lega, un’armata che in stagione regolare non ha quasi mai interrotto il proprio cammino.

E’ ad un passo dela suo 4° titolo personale (il secondo non troppo meritato per giunta) che lo porterebbe al pari di Wilt Chamberlain, dietro solo a Russell, MJ, e Kareem, il gotha ogni epoca NBA. E’ entrato nella storia del gioco come il giocatore più giovane e veloce a raggiungere i 20.000 punti in carriera, ma riscritto il record di partite consecutive per 30elli segnati con oltre il 60% dal campo, ha devastato la lega con il suo impatto, e sta cambiando il concetto tattico del gioco, con la sua nuova posizione, di “super charged swingman all-around point/shooting/small & power/center forward”.

A nulla valgono le prove allucinanti di tale Kevin Durant, e la miglior stagione in carriera di Melo. In un mondo senza LeBron nel proprio prime sarebbero stati i candidati principali, insieme all’eroico/egocentrico Kobe che tra quei 4/5 candidati MVP sta sempre bene. Nonostante i sempre snobbati Chris Paul e Tony Parker.

Miglior quintetto NBA: Chris Paul, Kobe Bryant, Kevin Durant, LeBron James, Melo Anthony.

Senza centri, perchè non ce ne è uno che si mereterebbe di scalzare ogni nominativo proposto al secondo quintetto. Chris Paul potrebbe meritare anche il premio di Coach of the Year. Kobe Bryant nel bene o nel male ha sempre puntato la propria direzione verso i playoff, anche qando le cose andavano male. Ho già espresso il mio pensiero su di lui e la sua stagione innumerevoli volte su questo blog. Durant, Melo e James non ha senso parlarne, sono al momento i tre migliori giocatori della lega, e i più accreditati a raggiungere la finale NBA e vincere il titolo.

Secondo quintetto NBA: Tony Parker, Dwyane Wade, Russell Westbrook, Tim Duncan, Dwight Howard

Il problema di Parker è sempre stato il tempismo: ha giocato una delle migliori stagioni in carriera, e ogni anno migliora, ma lo fa nel periodo storico sbagliato, in cui James e Durant si dividono gli onori della lega, in cui Kobe non molla mai e in cui nel proprio ruolo c’è un certo Chris Paul. Wade e Westbrook sono le stelle/spalle più forti della NBA, forse tra le più forti della storia, e nonostante vivano all’ombra di James e Durant, riescono a incidere oltre i numeri, oltre le proprie difficoltà. Potrebbero essere entambi capostipiti di un nuovo ruolo, quello di 1° violino e mezzo, perchè farli passare come 2° violini sarebbe limitante. Tim Duncan ad honorem starebbe qui anche senza aver vissuto la miglior stagione personale dell’ultimo lustro, e Howard ce lo metto per incoraggiamento, perchè dopo essere partito male, ma male, ma male, è salito di colpo, ed oggi i Lakers puntano su di lui per non fare brutte figure ai playoff. I numeri per lui non sono un problema, perchè anche giocando come il maiale per 2/3° di stagione abbondante è riuscito a vincere la classifica rimbalzi e piazzare 17,4 punti, secondo centro NBA nella specialità dietro a Brook Lopez.

Terzo quintetto NBA: Stephen Curry, James Harden, Paul Pierce, Blake Griffin, Brooz Lopez

Di Curry ho già detto e rincaro la dose con il record ogni epoca per triple segnate in singola stagione, oltre ai vari 40lli e 50lli scodellati quando accende la miccia. James Harden è passato dall’essere il sesto uomo ideale, al go to guy di una squadra tutta sua, che a contrubuito in modo determinante a rimettere sulle cartina della NBA che conta. Pierce invecchia, si logora, perde smalto, ma quando c’è da decidere un partita o tirare fuori l’orgoglio insegna ancora a tutti come si gioca nella NBA, anche a LeBron e Durant. Griffin è l’esplosività fatta uomo, ha ancora alcune pecche del suo gioco, è troppo attento all’highlight e non alla cose semplici, ma francamente non mi sento di escluderlo dai migliori 15 giocatori del pianeta. Lopez è stata una sorpresa, da oggetto indesiderato dei Nets che volevano Howard, al miglior scorer della neonata franchigia di Brooklyn scavalcando della gerarchie di (ex) All Star come Deron Williams e Joe Johnson. Non è sempre bello da vedere, ma è estremamente efficace.

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