Mi piacciono da impazzire

Lo fa anche a voi di rimanere folgorati da dei giocatori che non fanno parte della casta delle superstar, e che vorreste sempre avere nella vostra squadra?

Jimmy Butler, Chicago Bulls

In un anno è passato dall’essere un progetto da 8 minuti di media a un giocatore indispensabile per Tom Thibodeau. I Bulls, il GM in particolare, ci hanno visto lungo, perchè si sono accarappati il sostituto ideale di Luol Deng nei Bulls del futuro, e il ragazzo è talmente malleabile che riesce a giocare anche minuti da guardia, nonostante un altezza da ala piccola e un fisico da ala forte nel basket odierno. Ha sfruttato al massimo gli infortuni e lo spazio che Thibodeau gli ha concesso, ed una volta messa in mostra la sua merce, oggi l’ex coach dell’anno 2010 non può farne a meno, anche a costo di togliere dalle rotazioni Rip Hamilton o trovargli disperatamente minuti anche in ala forte per di tenerlo in campo. Credo che complimento più grande non gli possa essere fatto. E’ una spugna, gioca 3 ruoli, difende su ogni tipo di giocatore, dalla guardia razzente al lungo di posizione. Va a rimbalzo, è intelligente, umile, fisico, tosto, atletico, in attacco è opportunista, lavora come un matto, e migliora costantemente al tiro da fuori, fondamentale che lo scorso anno non aveva. Ha una passato difficile alle spalle, come molti ragazzi che vengono dai bassifondi, il che rende la sua storia una bella storia di successo.

Chandler Parsons, Houston Rockets

E’ uno di quei all-around che riesce sempre a colpire l’attenzione e l’affetto dei propri allenatori. Che poi non riescono a fare a meno della sua duttilità e della sua completezza di gioco. E’ una sorta di Toni Kukoc con la difesa e l’atletismo. Un airone di 207 cm che da del tu alla palla come un playmaker, che anzi funge da playmaker aggiunto spesso e volentieri, che gioca il pick & roll a testa alta e sa come andare al tiro e avere la visione di campo necessaria a scegliere bene la sua opzione di passaggio. Il suo primo anno nella NBA aveva stupito tutti per la sua capacità di prendersi il ruolo di ala piccola titolare nello starting five dei Rockets, e in molti credevano che fosse un exploit fine a se stesso. Invece quest’anno ha alzato il rendimento, ed è diventato un cardine portante su cui i Rockets ricostruiranno. Gioca indifferentemente i 3 ruoli esterni, e McHale ama piazzarlo spesso da 4 tattico per sfruttarne il tiro per aprire l’area. E’ persino atletico oltre la media per un bianco, e volendo sarebbe pure un bel difensore.

Andre Miller, Denver Nuggets

Zach Lowe lo chiama Prof. Miller. E Andre Miller è esattamente un professore che insegna basket in NBA da 14 anni anche senza avere il tiro da fuori (21% in carriera da tre punti…). E’ un fatto più unico che raro, visto che gioca playmaker, non è rapido, non è alto, e la concorrenza nel ruolo è ed è stat spietata in tutti questi anni. Ma fa una cosa che in molti colleghi non fanno bene come lui: sa giocare a basket. Non ha particolari doti fisiche, ma sa usare e sfruttare divinamente il corpo, in penetrazione o in post, non è atletico ma è compatto, ma soprattutto ha una testa e un QI cestistico di primissimo livello. Legge le situazioni in campo con estrema autorità e sangue freddo, sa come sfruttare le capacità e le caratteristiche dei propri compagni in ogni momento, e anche se non esiste una statistica del genere, credo sia il miglior giocatore della NBA a fare il passaggio prima di un assist. Aspetto fondamentale del gioco che non va a finire sul box score, ma che è indici di una sapienza cestistica che possono vantare in pochi. Non ha un carattere facile, va coccolato per farlo sentire importante, sembra sempre abbia un aspetto sornione, ma quando accende, porta il suo avversario diretto a spasso per il campo, senza avere la velocità di Parker, l’esplosività di Westbrook o il tiro di Curry.

Harrison Barnes, Golden State Warriors

Con il prodotto di North Carolina sono di parte, perchè tifavo per lui prima ancora che giocasse un minuto nella scorsa stagione NCAA. Lo reputo un giocatore più adatto agli standard NBA che a quelli NCAA, ambiente in cui non ha sempre brillato nonostante tutto quel potenziale e quel ben di Dio che madre natura gli ha concesso. Nelle partite di UNC che ho visto lo scorso anno appariva un gigante tra i bambini che però non voleva sporcarsi troppo le mani, più propenso a costruirsi un gioco NBA che a fare realmente il bene della sua squadra. Si piaceva guardarsi, offriva un effort limitato agli standard che poteva raggiungere. Poi però è arrivato in NBA, ed ha cambiato atteggiamento. Ai Warriors per stare in campo ha dovuto reinventarsi difensore, mettendo da parte il suo talento offensivo, anche se di tanto in tanto ha balenato lampi interessanti. Si è guadagnato in tempo breve un posto da titolare, in una squadra da PO che a 20 anni non è roba da tutti i giorni, mostrando sicurezza nei propri mezzi e spirito di sacrificio. Se l’atteggiamento è questo anche in futuro, e coach Jackson riesce a integrarlo meglio con Thompson e Curry, può esplodere già dalla prossima stagione.

Gordon Hayward, Utah Jazz

E’ il classico giocatore che esplode a livello collegiale entrando nella cartina del basket che conta trascinando la sua Mid Major a un passo dal titolo NCAA, ma che secondo gli addetti ai lavori ha poche chances di trasmutare il proprio gioco a livello PRO. Invece Hayward lo ha fatto, anzi, nei suoi primi 3 anni NBA ha migliorato le sua statistiche e il suo peso specifico all’interno delle gerarchie dei Jazz. Per farlo ha dovuto costruirsi un fisico da NBA, perdendo un minimo di agilità rispetto a quando era a Butler, ma aumentando notevolmente il suo atletismo. E’ un esterno educato, dagli ottimi fondamentali, capace di fare un po tutto in attacco, dal giocare il pick & roll, all’essere uno spot up shooter, a giocare senza palla, a concludere in traffico, a fare giocate di hustle e insospettabile esplosività, al giocare per i compagni e rinunciare a un tiro nel caso ci fosse un compagno posizionato meglio. Ha talmente fiducia dallo staff tecnico dei Jazz che quest’anno gli hanno fatto gestire il pallone in ogni situazione clucht della sua squadra (anche se con scarsi risultati) e nonostante in questa stagione abbiano pensato di ritagliargli un ruolo da sesto uomo, nei finali di partita è sempre in campo. E’ un ragazzo che si adatta a ogni situazione, costante nel rendimento, non uno che possa ambire a essere un crack, ma un giocatore solido e una certezza sicuramente si.

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