Western Conference Finals #Playoff #NBA

E’ stato il secondo sweep in 3 turni di playoff per i San Antonio Spurs che tornano in finale 6 anni dopo l’ultima volta, guidati dal trait d’union di quell’epopea vincente che ha portato a casa 3 titoli, ovvero Duncan/Parker/Ginobili/Popovich. Memphis ha fatto una stagione meravigliosa e dei playoff strepitosi, nei quali il 4-0 subito pesa, ma non può offuscare quanto di buono fatto vedere fin qui.

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Con il senno di poi si può dire come Memphis abbia affrontato squadre talentuose ma tatticamente imbarazzanti come i Clippers o i Thunder Westbrook-less, e non appena abbiano trovato di fronte una squadra che per talento e qualità di gioco fosse migliore, sono stati portati a scuola come scoleretti di primo pelo.

San Antonio ha dominato, anche nelle partite tirate, anche in quelle che sono andate all’overtime. Un dominio tattico prima che tecnico.

In sede di preview avevo accennato a come la capacità di adattarsi all’avversario fosse il maggior pregio degli Spurs, sia in difesa che in attacco. Hanno tolto dalla serie dal primo all’ultimo minuto il giocatore più pericoloso degli avversari, Zach Randolph, con una marcatura fisica ma estremamente intelligente. Hanno ruotato su di lui tutti i lunghi di cui Popovich disponeva: Tiago Splitter, Matt Bonner, Boris Diaw, Tim Duncan. Hanno tutti dati una mano nel togliergli ricezioni facili in post basso, quelle profonde che hanno fatto a fette prima i Clippers e poi i Thunder. Lo hanno spinto, maltrattato, raddoppiato, lo hanno spompato.

Tolto l’unico giocatore in grado di fare canestro con costanza e con qualità, fare fuori gli altri è stato un gioco da ragazzi. Memphis senza Randolph si è letteralmente sconnessa, il lavoro di San Antonio ha dato frutti anche sulla psiche di una squadra che si reggeva su certi equilibri che sono stati annichiliti.

Memphis è una squadra corta, non per gli infortuni ma per la strutturazione tattica particolare e per volere di Hollins che si fida al massimo di 7/8 dei 12 giocatori che ha a disposizione. Ha provato ad aggiustarsi, ha provato a cambiare modo in cui servire Randolph nelle proprie comfort zone, ma l’operato degli Spurs era talmente entrato sottopelle da vanificare ogni aggiustamento.

Ma la coperta si è rivelata corta nel momento in cui San Antonio ha deciso di farsi battere dal tiro da fuori, dagli esterni di cui nessuno in grado (a parte Conley) di battere l’uomo dal palleggio, tutti gregari che sanno giocare a basket, sono intelligenti, ma limitati in situazioni diverse da quelle su cui i Grizzlies avevano costruito le proprie fondamenta. Tanto da far quasi rimpiangere l’assenza di Rudy Gay, che fino a ieri era il motivo per cui i Grizzlies erano riusciti a arrivare in finale di conference.

I vari Pondexter, Allen, Conley, Prince e compagnia non hanno demeritato, anzi, hanno anche giocato della buone partite, a modo loro sono stati utili nei momenti in cui Memphis sembrava in grado di ribaltare l’inerzia di una partita o della serie. Semplicemente San Antonio aveva molte più armi da usare, una variabilità di moduli e un’atipicità di sfruttare ogni singola azione in modi completamente diversi.

L’esempio eclatante è stato Tony Parker. In gara 2 ha piazzato 18 assist, in gara 4 ha messo 37 punti con 15/21 al tiro. Due modi diversi di approcciare la gara e di metterlo nelle migliori condizioni possibili.

Giocare contro gli Spurs è un rebus, non puoi impostare la gara sul ritmo perchè possono schierare quintetti piccoli o agili, non puoi metterla sulla stazza perchè Popovich mette dentro tanta carne e tanti centimetri, non puoi sfidarli al tiro perchè sono precisi, non puoi arginare il loro pick & roll perchè a forza di extra-pass mettono la palla in quelle zone di campo in cui il difensore nelle rotazioni arriva sempre in ritardo.

Rispetto agli anni passati Popovich è riuscito a non far spremere le sue stelle, 103 anni in tre, e trovare dal cast a turno 2 o più giocatori in grado di fare la differenza. Sempre. Cosa che negli anni passati nelle infauste uscite ai playoff mancava.

MVP: il giocatore barometro degli Spurs resta sempre Ginobili e la sua capacità di cambiare le partite e il ritmo appena entra. Duncan è stato decisivo in alcune occasioni ma in altre si è riposato e in altre ancora è parso realmente un 37enne, gestendosi, conscio dei suoi limiti fisici. Quindi l’MVP è stato Parker. Le due partite sopra citate sono state clamorose. I suoi quasi 25 punti di media anche. Ma soprattutto il fatto che il suo gioco è stato una costante spina nel fianco della difesa Grizzlies anche quando tirava con il 35% dal campo, semplicemente perchè affondava ripetutamente la lama in quella ferita aperta dei Grizzlies che alla lunga è diventata una piaga. Godendo sia lui che facendo godere gli altri di luce riflessa.

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