Grazie Grant, Grazie Jason.

Sono arrivati nella NBA assieme, e assieme hanno deciso di lasciarla.

Si ritirano a poche ore di distanza due leggende e due icone della North America Basketball League.

E’ come un lutto, ma senza il morto. E’ un giorno triste per tutti gli appassionati di questo gioco, perchè appendono le scarpe al chiodo gli ultimi due esponenti di un basket che ore viene considerato vintage, ma che per me, cresciuto con le loro gesta, rimane essenzialmente il più bel periodo di basket di sempre.

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Grant Hill e Jason Kidd hanno molto da condividere: hanno vinto con un anomalo ex-equo il titolo di rookie dell’anno nel lontano 1995, un draft in cui oggi l’unico esponente ancora “attivo” è Juwan Howard, prossimo al pensionamento e da cui sono usciti Glenn Robinson, Jalen Rose, Monty Williams e Eddie Jones, che oramai da più di un lustro si dedicano ad altre attività.

Rivestendo in campo ruoli diversi, erano accomunati dalla capacità di condizionare le partite senza necessariamente segnare 40 punti, ma nelle piccole cose. Potevano dominare una partita tirando male o non tirando affatto come nel caso di Kidd, ma potevano essere decisivi con un assist, un recupero, un rimbalzo. Due All-Around nel senso più letterale del termine. Loro potevano fare di tutto su di un campo da basket, e lo dimostravano a suon di triple doppie.

E il tutto senza avere, almeno da giovani, un tiro da fuori da standard NBA.

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Di Grant Hill l’unico rimpianto è stato quel quadriennio perso per colpa di una caviglia talmente fragile da essere operata ennemila volte. Era considerato da tutti come l’erede di MJ, era molto più probabilmente uno Scottie Pippen più elegante. E’ stato stroncato nel momento in cui la sua carriera era sul punto di decollare definitivamente. Non ha mollato, ha saputo reinventarsi a Phoenix dove ha trovato uno staff medico in grado di allungargli una carriera che sembrava compromessa.

Non ha più brillato come nei primi anni di carriera di Detroit, ma ha brillato quanto bastava per lasciare tutti a bocca aperta per la sua intelligenza cestistica innata e fuori dal comune,  l’essenzialità del suo gioco, la capacità di essere utile in campo in ogni aspetto del gioco, anche con il tiro da tre, suo tallone di achille nella parte di carriera in cui il fisico lo sorreggeva.

Il Jasone ha raccolto più del suo dirimpettaio Hill. Ha vinto 2 titoli di MVP, ha vinto 2 ori olimpici ha giocato 3 finali, ne ha perse 2 nel suo prime, ma ne ha vinta 1, da protagonista assoluto anche se da gregario nel 2011 quando ormai il suo tempo sembrava passato, è stato inserito più volte nei migliori quintetti NBA,. nei migliori quintetti difensivi NBA, ed ha vinto per 5 volte la classifica degli assist.

Nel corso della sua carriera ha avuto eccessi, problemi con la legge, con le donne e con l’alcool, ma quando era in campo, tutto scompariva, si rimaneva solo a bocca aperta ad ammirare la sua capacità di elevare il rendimento dei compagni con la sola imposizione delle mani, come un messia.

Ha ridefinito il concetto di playmaker in un momento storico di grandi evoluzioni tecniche del gioco.

Ha perdurato per 19 lunghi anni in una lega decisamente competitiva prima dominando fisicamente, poi mentalmente ed infine, anche tecnicamente, diventando un complemento strategico importante e strumentale per il titolo dei Mavericks o per la cavalcato dei Knicks conclusasi contro i Pacers negli ultimi playoff, in cui il suo tiro da tre piedi per terra è stato il fiore all’occhiello di un evoluzione continua.

Jason+Kidd+Grant+Hill+Dallas+Mavericks+v+Phoenix+S3jcPRX2cmEx

Mi mancheranno. Ci mancheranno. Perchè loro sono stati per quasi due decenni nostri compagni quotidiani, ed ora non vederli più in campo a prendere sfondamenti, rimbalzi, smazzare assist, segnare canestri, mette tanta malinconia.

Grazie Grant. Grazie Jason.

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