Eastern Conference Finals #Playoff #NBA

Miami l’ha sfangata sudando le proverbiali 7 camice, tre delle quali lordate di liquame e quattro belle appiccicose ma intonse.

E’ la seconda gara 7 consecutiva in finale di Conference dell’era Big Three dopo quella del 2012 con cui Miami sconfisse i Boston Celtics, riuscì a fare quadrato, trovò le proprie certezze e vinse il titolo NBA.

A questo giro però in finale non incontreranno una squadra talentuosa ma inesperta, piuttosto la squadra più forte dell’ultima decade, i San Antonio Spurs, in uno scontro che si preannuncia epico, tra due scuole di pensiero completamente agli antipodi. Ma di questo ci sarà modo di parlare nei prossimi giorni.

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Agli Heat in questa serie di playoff erano crollate tutte le certezze ed erano svaniti nel nulla tutti gli equilibri che l’avevano trascinata a un finale di stagione mostruoso ed aveva galvanizzato l’ambiente. Indiana è probabilmente la squadra che tatticamente più di ogni altra ha messo in difficoltà Miami, già nel corso della regular season, prima ancora che nei playoff.

Miami non è strutturata per affrontare continuativamente due lunghi della caratura di West e Hibbert, specialmente il giamaicano, diventato nel corso dei playoff non più un mero baluardo difensivo, ma un centro che sposta anche in attacco cone i suoi movimenti old school che oggi sembrano anacronistici ma che in realtà sono di un efficacia tremenda.

Il solo talento non è bastato per sottomettere una squadra che ha invece a tratti sottomessi a sua volta i campioni in carica con il proprio gioco compassato alla costante ricerca di opportunità nel pitturato e solo in seconda ipotesi sul perimetro. Coach Spoelstra ha dovuto dare vita a ogni sorta di aggiustamento fosse stato plausibile per avere la meglio.

La partita a scacchi tra i due coach è stata un tema importante nell’economia della serie. A ogni mossa vincente di Spoelstra rispondeva a tono con una mossa altrettanto vincente Vogel. Difensivamente e offensivamente è stata una serie estremamente tattica, allenata in modo scientifico dai due coach che hanno saputo trovare botta e risposta nel corso delle varie gare legittimandosi tra i migliori coach della lega, qualora ci fosse ancora bisogno di non considerarli nell’elite del ruolo.

Spoelstra aveva impostato la serie su certi fattori che sono venuti meno nel corso della serie (vedi Battier, fino al secondo quarto di gara 7 anche Allen) cavalcandone invece altri che sono stati improvvisi ma fragorosi (Haslem su tutti in gara 3 e gara 5) senza mai andare nel panico, anche quando la sciagurata serie di Wade e Bosh faceva presagire al peggio. Invece non ha mai smesso di credere nel proprio sistema e nella forza di questo gruppo. Wade ha giocato una splendida gara 7, Bosh meno, ma la faccia era totalmente diversa da gara 6.

Avere un roster lungo è un vantaggio non da poco, ma saperlo sfruttare è il vero valore aggiunto del coach filippino che ha ritrovato un buon Chalmers, un Haslem sempre utile nonostante sia in vistosa fase calante, un Cole sempre concreto, un Andersen si vitale importanza e ha saputo scongelare Anthony e Miller trovando da loro risposte ad alcune domande che si poneva.

E’ stato tradito dal suo pretoriano di fiducia Shane Battier, che in questa serie si è lentamente eclissato perchè improponibile contro la front line dei Pacers. Scommetto che contro gli Spurs tornerà a pieno regime nel suo ruolo che tatticamente fondamentale di 4 atipico. Pure Allen gli ha dato parecchi grattacapi, soprattutto in difesa, lacuna resa evidente dal fatto che è incappato un dump al tiro che era preoccupante prima che trovasse lo smalto con le due triple di gara 7.

Per larghi tratti comunque i suoi aggiustamenti hanno funzionato ad intermittenza e se non fosse stato per San LeBron, niente di tutto ciò sarebbe bastato contro una squadra che ha preparato ogni partita in modo meticoloso, togliendo agli Heat le proprie comfort zone in modo sistematico.

Vogel è stato geniale nel ridurre al minimo i corner’s shoot all’attacco che più di ogni altro li sfruttava. A ciò ha abbinato un grande effort a rimbalzo, sia in attacco che in difesa. Controllando i tabelloni ha potuto controllare il ritmo di gara, anche a fronte di notevoli problemi nella gestione del pallone, con le palle perse come vero cruccio dei suoi nel corso della serie.

Il fatto di avere una panchina pressochè inesistente lo ha costretto a spremere il quintetto titolare con la conseguenza di non poter mai del tutto dare continuità la proprio gioco, conscio di dover mostrare la corda di tanto in tanto.

Indiana ha giocato una grande serie, ma si è persa spesso nelle piccole cose, nelle ingenuità, nelle distrazioni, nell’inesperienza di giocare partite del genere, ad alla lunga ha pagato questi errori.

Il più evidente è stato nel finale dell’overtime di gara 1, ma pure nei momenti chiave di gara 3 e gara 5, prima dell’ondata Heat che ha indirizzato entrambe le partite ci sono state sciocchezze che hanno vanificato il grande lavoro svolto.

Paul George è asceso nell’olimpo dei giocatori NBA, ma è l’emblema di quanto detto sopra. Ha giocato una serie di grande spessore ma l’ha rovinata, nonostante i lampi di classe che ha dimostrato e che hanno fatto sciogliere molti cuori, con tante piccole sottigliezze dovute a un processo di maturazione che è ancora agli inizi, come normale che sia per un giovane di 23 anni.

Se il core di Indiana rimane intatto, West rifirma, ad Hill (sontuoso nelle vittorie, miserevole nelle sconfitte) viene affiancato un play complementare e aggiungono qualità sul perimetro tra i gregari, Indiana si ripresenterà in finale di Conference anche il prossimo anno, e in quel caso, il risultato potrebbe non essere lo stesso.

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