Pillole di Serie A: 2° giornata

  • Cosa può la fiducia nei propri mezzi a un giocatore che ha del potenziale? Chiedetelo a Achille Polonara che sta viaggiando a 19,5 punti di media con il 61% da tre. Oggi qualsiasi cosa che il buon pupazzo scagli verso il canestro trova solo il cotone. Che sia un tiro da tre forzato, una penetrazione sbilanciata, un palleggio arresto e tiro, uno tiro alla scadere, non fa differenza. Badate bene che non è un momento di forma circoscritto alle prime 2 giornate di campionato, ma va avanti da settembre, dalle prime amichevoli, dal girone di qualificazione per l’Eurolega passando per la Supercoppa. Polonara sta sorprendendo tutti ma non per i numeri che sta mettendo insieme, ma per la personalità con cui gioca. Nel giro di 4 mesi sembra essere passato dallo status di giovane promessa timida e impacciata a quello di veterano di carattere.
  • Passare dalla regia di Mike Green a quella di Kee Kee Clark è una cosa che va assimilata nel tempo. Green era un generale in campo, Clark è un finalizzatore. Con Green veniva risaltato il potenziale dei vari Ere, Sakota, Dunston e Banks. Con Clark gli altri realizzatori non riescono a entrare in ritmo, perchè il folletto ex Venezia non è il tipo di giocatore che sa amministrare i ritmi dell’attacco. Ecco perchè Varese gioca molto meglio con DeNicolao in cabina di regia, che anche se giovane è smaliziato e comunque gioca al servizio della squadra e delle altre bocche da fuoco, portandosi dietro un temperamento che lo rende uno dei migliori back-up nel ruolo d’Italia.
  • Il giocatore chiave di Milano è Curtis Jerrells. Ieri ha giocato una gara dai due volti. Quando giocava per conto suo Milano perdeva fluidità ed era alla mercé dei varesini. Nel suo miglior momento personale, Milano è schizzata in doppia cifra di vantaggio dilungando anche a +12. Quando poi si è rimesso a giocare per conto suo, forzando 2 triple e 1 palleggio arresto e tiro da prenderlo a legnate, Milano ha perso l’inerzia ed a momenti anche la partita. Non so se Jerrells sia il tipo di giocatore giusto per Banchi, per Milano o per giocare al fianco di Langford e Gentile. E’ un play ma non ha l’istinto del play. Probabilmente in un altro sistema e con altri compiti renderebbe molto di più, perchè alcuni numeri e alcuni lampi si lascia intravedere.
  • Se Jerrells è il giocatore chiave, quello più importante, per Milano, è David Moss. Il suo contributo ai due lati del campo, il suo spirito di sacrificio, la sua utilità e la sua carica agonistica sono un autentico coltellino svizzero per coach Banchi, che sta cercando di forgiare l’identità della sua squadra.
  • Due indizi fanno una prova, welcome back Dwight Hardy. Come dice uno che la sa lunga e che lo ha visto giocare spesso, se ad Hardy gli dai il compito di fare canestro senza preoccuparsi di costruire l’attacco, sono in pochi quelli migliori di lui. A Pistoia ebbe successo perchè Moretti gli costruì la squadra attorno e lui imperversava in ogni zona del campo alla ricerca del canestro. Ad Avellino esigevano da lui altro e provando a spersonalizzarlo non ha funzionato granchè. A Bologna gli hanno affidato carta bianca in attacco da prima punta e lui sta sfruttando gli spazi prodotti da Walsh e Ware per fare ciò che sa fare meglio, senza pressione. Sta giocando alla Henry Williams.
  • God save Drake Diener. Un manuale di come si gioca a basket nella metà campo offensiva.
  • Il capitombolo di Siena a Reggio Emilia non deve stupire. Questa Siena è una bomba a orologeria capace di deflagrare contro chiunque, in un modo o nell’altro. E’ il tipo di squadra che ama Crespi, molto dinamica e imprevedibile. Ed è stata costruita pescando oltre oceano due rookie che hanno bisogno di tempo per adeguarsi al nuovo mondo in cui sono capitati, per emergere. Il problema di Siena, che sarà amplificato in Europa, è un settore lunghi leggero persino per l’Italia. Quindi capiteranno spesso fassi falsi come quello di domenica. Ma il pregio di Siena nel corso di questi anni non è stato mai quello di avere la squadra più forte di tutte, ma di riuscire nel corso della stagione di far rendere al meglio ed integrare i propri giocatori per crescere come squadra e fondare sulla forza del gruppo i propri successi. Nonostante tutti i difetti strutturale che si portano appresso.
  • La Caserta vista a Montecatini in amichevole contro Siena di due settimane fa, non è affatto la Caserta di oggi che macina vittorie, bel gioco e solidità. Avevo già dato la scadenza all’asse play-pivot Hannah/Moore, catechizzati, puniti ed anche maltrattati da Lele Molin in quella partita. Invece in questo inizio di campionato sono il segreto su cui poggiano le prime due vittorie dei campani. E la cosa che colpisce è che hanno ovvi margini di crescita. Mea culpa, mea grandissima culpa. Ho sottovalutato il fatto che Molin oltre a essere un grande coach, esigente e molto preparato, è anche un insegnante di basket di straordinario livello. Poi c’è Chris Roberts, un’altro che in quell’amichevole sembrava tanto fumo e poco arrosto, che un paio di giri sopra il ferro non se li nega mai…
  • Quanto è brutta e contro lo spirito del gioco la nuova direzione intrapresa degli arbitri. Tecnici ovunque ad a chiunque. Grandinate di falli antisportivi in contatti che nelle abitudini e nel DNA dei giocatori sono sempre stati considerati falli di gioco, in linea con lo spirito dello stesso. Il bello del basket è anche questo, il contatto proibito, il colpo ben assestato, fare il necessario per non far segnare un canestro facile. Sono cose che te le insegnavano dal minibasket di far guadagnare i due punti al tuo avversario dalla lunetta non da sotto canestro. Se la manata, innocua dal punto di vista fisico, che serve a mandarti in lunetta e non farti fare un comodo lay-up, viene punita allo stesso modo di un fallo violento e intenzionale atto a provocarti dolore, c’è qualcosa che non torna. Fuck-ini.

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