Se LeBron James dovesse infortunarsi…

Il buon Ethan Skolnick, uno dei più autorevoli giornalisti e insider al seguito dei Miami Heat ha pubblicato un articolo su Bleacher Report intitolato
Losing LeBron: Could 2013-14 Miami Heat Survive an Extended Absence?“.

In soldoni Skolnick dice che gli Heat quest’anno potrebbero concedere a James di saltare qualche partita per non spremersi troppo in stagione regolare, senza che questo infici sul seed finale di Miami ai playoff.

Ha raccolto alcuni pareri tra i giocatori degli Heat, ed in particolare i più interessanti sono stati quelli di Haslem e Battier. Haslem ha detto che il sistema Heat creato da Spoelstra ruota attorno a James, Wade e Bosh e gli altri devono portare il proprio contributo dove richiesto, ma in assenza di uno dei big three, sono anche costruiti per farvi fronte, chiedendo a cui lo sostituisce uno step in avanti. Battier è stato più specifico, dicendo che un eventuale assenza di James sarebbe sopperita oltre che da uno step avanti di Wade e di Bosh, da un sistema di gioco differente, in cui la circolazione di palla avrebbe un ruolo determinante stante l’incapacità, di ognuno tranne Wade e Bosh, di creare con costanza dal palleggio come fa Lebron. Utilizzerebbero altri schemi e altri principi, e si sono allenati per questa evenienza nel corso degli ultimi due anni, anche se, fortunatamente non c’è mai stato bisogno.

James in questi tre anni in maglia Heat ha saltato in tutto 13 partite con un record di 7 vittorie e 6 sconfitte. Ma nell’ultima stagione, senza James, gli Heat sono stati in grado di vincerne 5 su 6, anche se a dirla tutta gran parte di queste partite sono state disputate a giochi ormai fatti, senza pressioni e con il seed nei playoff bell’e che acquisito.

Ma mettiamo caso James incorra nel suo primo e fatale infortunio che lo costringa out per settimane o addirittura mesi. Cosa succederebbe?

Non voglio portare sfortuna, ma è un dato di fatto che James non ha mai avuto infortuni rilevanti. E’ un carro armato che cura con meticolosità il suo corpo e la sua tenuta fisica. Nel corso di questi anni a seguito di distorsioni o iperestensioni si è rialzato senza un graffio, sembrando più un cyborg che un essere umano. Ma la sua integrità fisica non è eterna.

A parte provocare la felicità della famiglia Gilbert e di buona parte della cittadinanza di Cleveland, sarebbe devastante per la NBA e sarebbe devastante per gli Heat che non sarebbero più da titolo. Il sistema Heat come lo conosciamo oggi e come si è evoluto negli ultimi 3 anni si è strutturato attorno a LeBron e alla sua capacità di risultare un rebus ancora irrisolvibile per le difese NBA. Il cosiddetto “position-less” professato da Erik Spoelstra senza James non avrebbe più ragione di funzionare quindi di esistere.

Non essere da titolo non vuol dire che non siano da finale di conference, men che meno che non siano da playoff.

L’aurea di James ha offuscato la brillantezza di Wade e Bosh, giocatori divenuti spalle del prescelto, ma in una vita precedente, stelle di assoluta grandezza in grado quasi da solo di trascinare i propri team ai playoff.

Per far funzionare gli Heat si sono adeguati a James, trovandone persino degli indiscutibili vantaggi, ma non hanno certo dimenticato come si fa a giocare a basket.

Per Wade essenzialmente è un problema di stamina visto che il nativo di Chicago è fortemente debilitato da problemi oramai cronici alle ginocchia, per cui non potrà portarsi dietro il peso dell’attacco in modo continuativo, ma ha ed avrà ancora nelle corde, alcune partite “vintage” in cui va dentro a piacimento e condiziona positivamente le partite grazie al suo sterminato talento offensivo. Bosh nel tempo si è riciclato uomo squadra e una preziosa quanto insospettabile presenza difensiva. In attacco ha raccolto le briciole, quindi dopo un periodo in cui dovrà togliersi di dosso la ruggine del gregariato, potrebbe in parte tornare il giocatore di Toronto, quello in grado di mettere con continuità, anche se di dubbia utilità, 20 punti a sera, diluendo la qualità del suo gioco a favore della quantità.

Nonostante tutti i dubbi che possono sorgere sul loro conto, sulla loro tenuta fisica e mentale, senza James, Wade e Bosh sono ancora oggi un duo che in pochi altri nella lega possono vantare.

A tutto ciò c’è da abbinare una squadra da reinventare, ma come dicono Haslem e Battier, sono strutturati per farlo.

Senza James cambiano radicalmente le spaziature, più in attacco che in difesa. Nella propria metà campo non dovrebbe cambiare molto. Forse mancheranno gli highlight generati da una chasedown o da un stoppata in aiuto dal lato debole, dovrebbero persistere gli ancestrali problemi a rimbalzo, dovuti non tanto alla stazza dei giocatori in campo ma quanto al sistema difensivo di aiuto e recupero che può esporre a mismacht punitivi dopo che viene scagliato un tiro, ma la difesa, una delle più organizzate e gerarchiche della lega, dovrebbe mantenere la solita efficacia.

Anche perchè il cuore pulsante della difesa Heat è quello composto dal trio Mario Chalmers, Shane Battier e Udonis Haslem, che nonostante i limiti offensivi, sono quei giocatori in grado di coprire le zone d’ombra delle star, quei collanti indispensabili per portare avanti la cultura difensiva degli Heat. Il loro contributo va al di là dei numeri, va al di là delle statistiche parametriche. Dietro a un ottima difesa degli Heat, a un recupero, a un rimbalzo, a uno sfondamento subito ci sono sempre loro a tirare i fili.

Ciò che cambia, indissolubilmente, per Miami è nella metà campo offensiva.

In linea di massima gli Heat senza James abbandonerebbero l’idea di giocare piccoli, con Battier da finto lungo e tornerebbero a giocare molto più a lungo con due bigman. Perderebbero la capacità di segnare a ripetizione da fuori, ma giocherebbero di più sfruttando le motion offense.

Senza James vuole dire che il post basso dovrà essere preso da Bosh, un tipo di giocatore che genera aiuti differenti. Il suo gioco non è in avvicinamento, quindi la presenza di un lungo che possa battagliare per il rimbalzo d’attacco come Andersen e Haslem è imprescindibile. Wade sul perimetro è l’unica vera minaccia, ma per metterlo in condizione di rendere al meglio è necessario dosare al meglio i momenti in cui ha la forza di aggredire il canestro, dal centro, dopo un pick & roll, ad altri in cui ha bisogno di trovare canestri senza spendere senza perdere smalto e lucidità, magari servendolo in movimento nei pressi delle riga di fondo. Ancora una volta il contributo di Andersen e Haslem, ovvero i due migliori bloccanti degli Heat, sarebbe fondamentale.

Chi perderebbe minutaggio potrebbe essere Ray Allen a meno che colui-che-non-ha-fatto-vincere-il-titolo-agli-spurs non venga riutilizzato in uscita dai blocchi, ma a 37 anni suonati e con tutto quel chilometraggio, con che efficacia? Metterlo in pianta stabile al fianco di Wade sarebbe controproducente in difesa. I minuti che perde Allen potrebbero essere assorbiti da Norris Cole, che a questo punto giocherebbe anche in coppia con Chalmers e non esclusivamente come sua alternativa.

Cole-Chalmers è un concetto che Spoelstra non ha mai sviluppato molto, ma anche senza questo ipotesi utipistica “Lebron-less”, potrebbe essere uno dei nuovi orizzonti tattici degli Heat di questa stagione.

Chalmers ha la struttura fisica per giocare da guardia, soprattutto da un punto di vista offensivo, e tolti Wade e James, Cole è uno dei pochi che con le sue accelerazioni è in grado di muovere la difesa. Dovrebbe svestire i panni del back-up del playmaker che soffoca i propri istinti ma verrebbe lanciato a briglia sciolta, nel bene e nel male.

A corollario di tutto ciò ci sarebbe Michael Beasley, il giocatore che quest’anno dovrebbe fungere da vice James (anche se in preseason è stato esclusivamente impiegato da ala forte), che ha il talento per produrre situazioni quanto mai simili a quelle cavalcate con James, ma che non è noto per la sua affidabilità e quando si tratta di avere aspettative o pressioni addossi, solitamente fallisce.

Potrebbe essere in linea teorica l’innesco perfetto per far funzionare il meccanismo Heat, ma purtroppo questo potenziale inespresso è la causa del suo insuccesso. Non è da escludere, in una situazione particolare come questa, comunque un suo utilizzo centellinato adattando alcuni set usati per James al suo talento.

Aspetto mentale: senza James, avrebbero tutti un alibi per fallire. Il ruolo di Spoelstra sarebbe oltre che tecnico anche motivazionale. La fiducia che ripongo in Spoelstra sta nel fatto che quando gli Heat sono stati messi spalle al muro o in situazioni critiche, anzichè smantellarsi, hanno saputo fare quadrato con il coach a tenere insieme i pezzi. Importante sarà quindi la leadership di Wade, Haslem e insospettabilmente di James Jones in spogliatoio. Quella degli Heat è forse la lockeroom NBA da cui trapela meno. I precetti di Pat Riley sono il mantra di Spoesltra, e i principi cardine su cui ruota l’universo degli Heat da questo punto di vista. La coesione è tutto, lo spirito di squadra è essenziale.

Le ambizioni sarebbero ridimensionate, ma trovando un altro equilibrio tecnico e tattico gli Heat non sarebbero del tutto spacciati ed in una serie di playoff ad est non necessariamente partirebbero sfavoriti contro chicchessia.

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