Il branco di lupi affamati

I Minnesota Timberwolves negli ultimi 2/3 anni sono stati una delle squadre più piacevoli da veder giocare ma, per un motivo o per un altro, per un infortunio o per una catastrofe, hanno sempre bazzicato i bassifondi della lega, senza mai incidere.

Quest’anno è diverso, puntano ai playoff, e la loro nominations per un posto al sole non è solo cortesia, è un dato di fatto. Stanno vincendo e convincendo, 6-3 il record nel momento in cui butto giù queste righe a seguito della vittoria contro i Cavs, ma soprattutto sono sani perchè dopo aver tagliato Brandon Roy la nube tossica della sfiga sembra si sia spostata altrove.

Tutto fila per il verso giusto, per la prima volta da anni, e questo gruppo sta iniziando finalmente a sbocciare, giocando assieme più di poche manciate di partite a ranghi completi.

In questo telaio straconsolidato emerge prepotente Kevin Love, in ombra nell’ultima stagione per aver saltato 66 gare per problemi fisici, dimostrando non solo di meritarsi il proscenio, ma giocando da MVP, con il cosiddetto fuochi negli occhi. E’ incredibile il numero di record che ha frantumato in queste prime 3 setttimane di regular season, a suon di 30elli, rimbalzi, triple, carica agonistica, talento espresso senza vincoli e condizioni.

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E’ fisicamente più asciutto di sempre, scattante, agile, veloce, forte, tonico, è sempre in movimento, abbina mole, fisicità, agilità, grazia e mano morbida in un connubio visto poche altre volte nella storia del gioco.

Sembra un altro pure Kevin Martin che lo scorso anno in un contesto “motionless” come i Thunder, in cui vagava per la linea da tre punti aspettando uno scarico e poco altro, ha reso la metà di quello che potrebbe rendere in un sistema più variegato, che fa del movimento di palla e uomini le proprie fondamenta. A dire il vero sta andando oltre le aspettative un po’ di tutti, in particolare di chi storceva il naso (come il sottoscritto) per il contratto firmato in estate.

E’ stato baciato da un momento di grazia clamoroso, è efficiente in ogni ambito offensivo, in isolamento, in taglio, su scarico, in uscita dai blocchi, in pick & roll e soprattutto in transizione, innescato da Love con i suoi proverbiali “assist da rimbalzo” o da Rubio.

Ma è in difesa che stanno facendo le cose con un’altra prospettiva. Non sono mai stati e mai saranno una squadra di mastini, che farà giocare male gli avversari e vincerà una partita facendo segnare un canestro meno, ma la loro efficienza è nettamente migliorata, grazie a un paio di piccoli trucchi e la sapienza tattica di Adelman, troppo spesso sottovalutata in questo frangente.

Riescono a mascherare i loro limiti difensivi con un grande effort a rimbalzo ed una fisicità in area spaventosa, capitanati da Nikola Pekovic, il centro meno verticale e più orizzontale della lega. Con lui in campo gli avversari tirano con il 38% dal campo e segnano 0,75 punti a possesso. Pekovic non è mai stato famoso per la sua difesa, e sorprende il suo impatto nella propria metà campo, ma Aldeman ha trovato il proprio baluardo su cui incentrare le proprie strategie difensive.

Con questo Pek dietro, con un reparto lunghi che spazzola i tabelloni, emergono anche le qualità, sottovalutate, di Rubio in pressione sulla palla. Già negli ultimi europei, nonostante i limiti offensivi, si era intravisto un Rubio estremamente migliorato dal punto di vista difensivo, spesso mandato sulle orme dell’avversario più forte. Non fa niente di straordinario o rivoluzionario, ma sta lentamente diventando uno dei migliori difensori sulla palla della lega, oltre alla sua innata capacità di buttarsi sulle linee di passaggio e recuperare palloni.

I Wolves sono la squadra che difende meglio in transizione e concede meno canestri da contropiede. Tagliare 10/15 punti a sera da errori offensivi è un buon punto di partenza. Disporre di lunghi atletici il giusto, ma in grado di correre per il campo meglio e più intelligentemente di tanti atletoni senza cervello è un ottimo punto di arrivo.

Faticano ancora un po troppo a difendere sui pick & roll, ma temo che questo sia un problema ancestrale che si porteranno appresso per sempre con questa strutturazione.

Il contributo degli altri non è da meno, sia in attacco, dove ognuno ha il suo compitino da svolgere senza che gli venga chiesto di fare cose contro natura, che in difesa, dove ognuno, ad eccezione di Kevin Martin, rende più di quanto ci si poteva aspettare.

A Minneapolis attendono con ansia il ritorno ai playoff, che mancano da 10 anni, l’ultimo anno buono di Garnett prima che si intristisse. Hanno ambizione, entusiasmo, e sembrano aver smaltito le scorie negative delle ultime gestioni. Hanno dato il benservito a Khan e riportato a casa Flip Saunders, che in una vesta dirigenziale insolita per lui sta amalgamando al meglio staff tecnico, staff dirigenziale, fans e territorio.

Sanno di essere solo al primo passo di un percorso molto insidioso, e se non dimenticano le fatiche e i sacrifici fatti per arrivare a questo punto, possono togliersi diverse soddisfazioni. Per la prima volta da anni, quando il nome Minnesota era enunciato più a sberleffo che altro.

Questo è l’anno del lupo!!!!

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