L’inizio della “Marshallsanity”

Poco meno di 2 anni fa i New York erano una squadra decimata dagli infortuni, divisa da contraddizioni lampanti a roster e in spogliatoio, incapace di assimilare in modo costruttivo la trade che portò Carmelo Anthony nella Grande Mela e con un coach che non sapeva più che pesci prendere per cambiare rotta.

Dal mercato dei Free Agent raccolsero per due lire tale Jeremy Lin, giocatore semi-sconosciuto che aveva mosso i primi timidi passi in NBA entrando nella lega non dalla porta principale, e nemmeno da quella secondaria, ma da una finestra semi-socchiusa. Mike D’Antoni gli diede una chances, più per disperazione e necessità che per un valido motivo tecnico, Lin la colse al volo e il resto è storia: la Linsanity.

Oggi, 4 gennaio 2013, la storia potrebbe ripetersi, gli ingredienti ci sono tutti: una squadra in difficoltà, un roster decimato dagli infortuni, Mike D’Antoni e il suo gioco playcentrico, un giocatore rinnegato che potrebbe cogliere la sua chances.

Il giocatore è Kendall Marshall, che come Lin è stato preso per tappare un buco con il classico contratto decadale, anche se le loro storie sono completamente diverse. Marshall viene da un esperienza collegiale importante a North Carolina in cui era considerato un talento promettente anche per il piano di sopra, un play che fa veramente il play, come dicono in America un “floor general” con l’attitudine a passare la palla prima che a tirare.

Scelto al draft del 2012 dai Phoenix Suns come la 13° scelta assoluta, l’idea era di fargli fare un anno di apprendistato dietro Steve Nash per poi lanciarlo e sviluppare tutto il suo potenziale. Poi Nash andò ai Lakers e ai Suns arrivò Dragic. Ancora meglio si pensava. Marshall aveva le caratteristiche, almeno sulla carta, per completarsi al meglio con lo sloveno e dare da subito un contributo tangibile. Invece dopo un anni ai margini della rotazioni, in cui ha palesato tutti i suoi limiti offensivi, e aspettative completamente disattese si è trovato a spasso, scambiato come l’ultimo dei contratti inutili a Washington appena prima di venire tagliato.

Marshall a inizio stagione ha trovato un posto nei Delaware 87ers della NBDL, in attesa di ricevere una chiamata per rimettersi in gioco al piano di sopra. Nel frattempo a Delaware si è presentato un giocatore nuovo, fiducioso nei suoi mezzi, determinato a cambiare il corso della sua carriera e del suo gioco. In 7 partite ha messo su 19.5 punti a gara con 9.6 assist e 4,7 rimbalzi tirando da tre con il 46%. Per lui anche una gara da 31 punti, 10 assist, 9 rimbalzo e 11/18 al tiro il 5 dicembre al suo debutto nella lega di sviluppo contro i Rio Grande Valley Vipers, squadra che meriterebbe un approfondimento per il tipo di basket che gioca.

Il succo è che Marshall, il solito Marshall che in NBA nel suo anno da rookie aveva paura della sua stessa ombra, ha cambiato attitudine e lo ha fatto al momento giusto perchè i Lakers nel frattempo avevano disperatamente bisogno di un playmaker per allungare la rotazione degli esterni.

D’Antoni all’inizio non si è fidato di lui, come successe anche con Lin. DNP come se piovessero e pochi sprazzi di gara, nel garbage time.

Ma la NBA è un mondo fantastico, perchè se non demordi e ti fai trovare pronto, un’occasione prima o poi ti arriva e deve essere svelto a coglierla.

I Lakers in questo momento hanno in infermeria 6 delle loro 9 guardie a roster. Marshall era l’uomo giusto al momento giusto.

Contro i Bucks, nella disfatta di Milwaukee, in 28 minuti ha piazzato 10 punti e 7 assist. Stanotte, contro i Jazz, nella prima vittoria da 7 partite a questa parte dei Lakers, è esploso con 20 punti, 15 assist, 6 rimbalzi e 8/12 al tiro in 40 minuti, tutti ovviamente massimi in carriera.

Che sia nato il nuovo Lin? Ovvero il giocatore sconosciuto e non considerato, che dal nulla esplode e pone le basi per la propria carriera NBA?

Ovviamente Marshall non avrà mai il fascino di Lin e della sua storia, soprattutto dei possibili risvolti a livello di marketing, ma per lui, questa partita può essere l’inizio e la base di partenza della sua seconda vita NBA.

Una partita non è nulla per definire una carriera, ma farla a New York o Los Angeles, invece che a Charlotte o Memphis attira su di te molta più attenzione.

Vedremo.

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