Buon Compleanno Davide

Quando i nostri telecronisti televisivi preferiti nominano gli dei del basket a seguito di un’azione avvincente andata a buona fine, ci piace pensare che tra di loro trovi posto uno dei più forti giocatori di basket che il movimento italiano abbia mai generato e che ingenerosamente ci è stato tolto dal destino crudele in una notte d’estate, a Gubbio, sedici anni fa.

Era mestrino di nascita, pistoiese d’adozione, e stava vivendo l’ascesa della sua carriera tra i più grandi giocatori d’Italia e d’Europa, sconfitto nell’intento solamente da una maledetta ischemia cerebrale che a 24 anni ancora da compiere se lo portò via.

E’ la storia di Davide Ancilotto, la sintesi perfetta, in salsa italica, tra Sasha Danilovic e Dejan Bodiroga.

I due talenti serbi non sono un caso nel destino cestistico dello sfortunato campione, che nell’estate del 1995 dopo quattro anni a Caserta – la Caserta che dai fasti di fine anni 80 era sprofondata in serie A2 – fu il fiore all’occhiello del mercato italiano, strappato alla concorrenza dall’allora Madigan Pistoia su indicazione di Dusko “Dule” Vujosevic neo coach della compagine toscana, montenegrino, e padre putativo della maggior parte dei talenti slavi prodotti in Serbia negli anni 80 di scuola Partizan Belgrado.

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L’anno prima di approdare in Toscana, la soddisfazione di far parte della Nazionale Under 22 medaglia d’argento agli europei di categoria, compagno di squadra di Andrea Meneghin, Jack Galanda, Marcelo Damiao e Michele Mian, che poi sarebbero stati l’asse portante delle nazionali maggiori oro europeo nel 1999 e argento olimpico nel 2004.

Il rapporto tra il talento mestrino e Vujosevic fu una delle cose che lo stesso “Dule” ricorda con più piacere se gli chiedete di raccontarvi della sua carriera. Fu per Davide un padre, un sergente di ferro e il più vicino degli amici.

Chi ha avuto il piacere di giocare con lui, l’onore di incontrarlo da avversario o ha potuto vivere da dentro il rapporto forte stabilito dai due, può solo dirvi, all’unanimità, del rispetto, della passione e del comune interesse d’intenti che i loro volti lasciavano trasparire quando erano sul rettangolo di gioco.

Ancilotto lo cercava sistematicamente con lo sguardo, ad ogni azione, ad ogni canestro, ad ogni errore, ad ogni palla persa, sempre in attesa di una parola, una sfuriata, uno “scappellotto”, mai un complimento. E’ quel tipo di rapporto che da una parte spreme ogni energia nervosa, ma dall’altra crea quell’indissolubile rapporto di stima e affetto che legava i due quasi come un figlio con il padre.

Nei primi anni della sua carriera Ancilotto già lasciava intravedere sprazzi debordanti di talento, un talento istintivo, cristallino, naturale, ma estremamente grezzo. A lui piaceva improvvisare, tenere stretto a sè il pallone, battere il suo uomo grazie al suo talento smisurato e a 20 anni di età – in una lega e in una squadra infarcita di veterani pretenziosi, americani svogliati ma dal pedigree importante – non sempre il suo talento veniva inteso nel verso giusto, nonostante in ogni ambiente in cui sia stato si sia sempre eretto a professionista invidiabile, molto più maturo dei suoi coetanei rispetto alla sua età anagrafica.

Il grande merito di Vujsevic fu di liberare tutto il suo estro, lasciarlo esprimere in campo, aiutandolo e guidandolo a una comprensione del gioco tale da farlo risultare l’avversario più temuto e il compagno di squadra più amato, senza compromessi. “Dule” aveva capito che Davide non era un giocatore qualsiasi ma un giocatore ambizioso che voleva emergere, voleva diventare un campione, un punto di riferimento per i compagni.

Non fu un percorso facile, perchè il carattere del mestrino, come quello del suo mentore, era forte, particolare, acceso. Era sicuro dei suoi mezzi, quella sicurezza che ti rende quasi arrogante e non semplice da gestire.

La cura del coach ex Partizan fu semplice: un regime di allenamento intenso, duro. In poche parole, slavo.

Chi di voi segue il basket dai primi anni 90 è sicuramente venuto a conoscenza delle “leggende” che narrano di massacranti allenamenti sotto le intemperie, ad orari proibitivi, il duro lavoro fisico e tecnico che estenuava il fisico ma temprava lo spirito di una generazione di giocatori irripetibile, che avevano fame, che vivevano in una condizione difficile ed emersero a suon di canestri.

Vujosevic traspose tutto il suo sapere e il suo metodo da Belgrado a Pistoia.

Non c’era da stupirsi di vedere Ancilotto in palestra prima dei compagni, di prima mattina, a correre tra gli spalti, poi piazzarsi in angolo, tirare da tre, scattare su per i gradini fino a toccare il muro del PalaFermi, oggi PalaCarrara, bomboniera di 4000 posti asserragliati uno sopra l’altro, scendere giù, e ripetere meticolosamente l’operazione, un’infinità di volte. Oppure simulando azioni di gioco e avversari, con gli assistenti ad alzargli una scopa ogni volta che si alzava al tiro, per disturbarlo.

Le sedute di tiro con il mago serbo erano all’ordine del giorno e un momento intimo tra i due che corroborò il loro rapporto. Davide capì che seguendo le indicazioni di Vujosevic sarebbe diventato un campione.

A 23 anni, alla prima esperienza importante da protagonista in una squadra disegnata attorno a lui, Ancilotto trascinò Pistoia al miglior piazzamento in campionato della propria storia, un settimo posto che valse ai pistoiesi la prima qualificazione ad una coppa europea.

Viaggiò in quell’anno alla media di 16.7 punti a partita tirando con il 57% da 2 punti, il 38% da tre, da giocatore completo, da leader, guidando la Madigan a 15 vittorie in stagione, solamente a 4 punti di distanza da corazzate come la Stefanel Milano (poi vincitrice dello scudetto) e Benetton Treviso.

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Eppure all’inizio non fu certo facile il campionato di Pistoia, che nelle previsioni d’inizio anno avrebbe dovuto lottare per salvarsi, costretta ad avere una squadra corta – di soli 7 effettivi su cui contare e alcuni giovani di contorno – che iniziò il campionato con un solo americano, quando al tempo ne erano concessi solo due per squadre e il più delle volte erano giocatori d’area.

Quella squadra compì un autentico miracolo, trascinata dal fosforo di Claudio Crippa – uno che strinse da subito un legame fortissimo con il giovane campione mestrino, quasi da fratello maggiore –  le invenzioni di Ancilotto, i muscoli e la classe del duo colored composto di Irving Thomas e Ken Barlow, ed a turno i mattoncini portati da Massimo MintoWalter De Raffaele, Furio De MonacoGei Gei” Capone, i giovani Fabio Spagnoli e Giovan Battista Bassi, che sovente venivano lanciati in quintetti dal mago serbo.

L’impatto di “Anci” fu devastante. Crebbe di partita in partita, incantò i palazzetti di tutta Italia e divenne ovviamente l’idolo degli “Untouchables”, i tifosi di casa, che di lui oltre al talento apprezzarono la grinta e soprattutto il cuore di chi non vuole mai mollare, di chi ha sempre il coraggio di prendersi le responsabilità importanti. Quando segnava un canestro difficile o prendeva fuoco dall’arco dei tre punti si girava verso il suo pubblico e simulava il gesto del pistolero, mandando in visibilio i tifosi pistoiesi.

Fu un’annata da sogno, tanto che a fine girone di andata fece il suo esordio in Nazionale maggiore per le qualificazioni agli Europei del 1997 che chiuse a 6.5 punti di media – trovando il suo spazio al fianco di giocatori nel proprio “prime” di carriera come Paolo Moretti, Alex Abbio, Carlton Myers, Claudio Coldebella – pronto a diventarne una delle colonne portanti.

A Pistoia avevano in mano un contratto da fargli firmare, per trattenerlo e costruire su di lui, ma Roma – contro cui il 18 novembre 1995 piazzò il canestro della vittoria allo scadere, saltando poi la balaustra per andare a festeggiare con i tifosi pistoiesi – arrivò con il portafoglio gonfio di soldi e portò il suo talento nella capitale, strappandolo alle sirene spagnole (Joventut Badalona) nel primo anno di apertura verso i cosidetti “Bosman”, il primo passo del mercato europeo aperto. Firmò un quinquennale in una Roma che dopo aver vissuto anni di transizione, lontani dalla gloria di un tempo, con l’arrivo di Giorgio Corbelli e del suo impero, si proponeva come una delle forze emergenti del basket italiano. Roma era ambiziosa e avrebbe voluto comporre una coppia di assoluto livello composta da Ancilotto e Hugo Sconochini, ma il gaucho argentino di lì a poco preferì le dracme del Panathinaikos lasciando Corbelli infuriato e con un pungo di mosche.

Nonostante i proclami della vigilia, quella versione targata Telemarket, disattese le aspettative, piazzandosi al 6° posto in classifica e per Davide fu una stagione complicata, anche a causa di un infortunio che lo costrinse a perdere 2 mesi di stagione e rientrare frettolosamente con una condizione fisica approssimativa.

Ma in campo conquistò ancora una volta i tifosi, con il suo gioco spettacolare, le sue scorribande a canestro, i coast-to-coast, la sua efficacia palla in mano, correndo sui blocchi, inventando da pick & roll, puntando l’uomo per rompere il movimento a 5 metri dal canestro e alzarsi per un tiro che a forza di ripetizione in allenamento, veniva coccolato dal ferro per poi scivolare dolcemente sul fondo nella retina, per 16.8 punti di media in meno di 30 minuti.

Ancilotto era una guardia di 202 centimetri, in grado di fare su un campo da basket tutto ciò che potrebbe venirvi in mente da un giocatore di basket, già precursore, con 10 anni di anticipo, del giocatore di basket moderno, senza un ruolo preciso, capace di portare palla come un playmaker, tirare come una guardia, avvicinarsi al canestro come un’ala, dal repertorio offensivo sterminato, dai movimenti che sembravano sgraziati ma che in realtà erano estremamente efficaci, compiuti con quell’andatura sincopata, un po’ goffa.

Ma il tratto distintivo che più emergeva a vederlo giocare era la determinazione.

Per arrivare a quel livello di gioco aveva immolato la sua vita alla pallacanestro. Aveva tanti amici e considerava sacra l’amicizia, la vera amicizia. Ma il suo primo pensiero del giorno era rivolto al basket, al modo che poteva avere di migliorarsi, alla capacità di competere per centrare gli obbiettivi che si prefissava, che erano alti.

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Il cammino romano si concluse ai quarti di finale dei playoff scudetto, contro la Kinder Bologna e per Davide fu l’inizio di una off season in cui si promise di farsi trovare pronto per la stagione successiva, pienamente recuperato.

Nemmeno il tempo di finire la stagione che si chiuse in palestra, ma non disdegnava di ritrovarsi con gli amici al campetto, malato di basket com’era e desideroso di non perdere mai un attimo di tempo per fare ciò che amava. Amava a tal punto questo gioco, da cercare di avvicinare i più giovani a esso, presenziando a innumerevoli camp estivi in cui tra una risata, una battuta e una dimostrazione, riusciva a contagiarti con il suo spirito genuino e la passione che emanava. Quando era a Pistoia ad esempio, dopo una delle innumerevoli sedute di tiro massacranti imposte da Vujosevic, andò in una scuola media per un evento promozionale. Neanche il tempo di essere presentato ai ragazzi, che si mischiò tra loro, gioco con loro, li contagiò con la sua passione e vitalità.

Nel frattempo Roma si mosse sul mercato per dare a Ancilotto una squadra competitiva, con gli ingaggi di Walter Magnifico e Sasa Obradovic, il primo caldeggiato appunto da “Anci”, che convinse Attilio Caja, il coach di allora, a prenderlo dalla Kinder Bologna facendosi in quattro, una volta andata in porto la trattativa, per farlo sentire subito a suo agio: “Appena arrivato cercavo casa. Ci avevo giocato contro ma non lo conoscevo.” spiegherà poi Magnifico. “Subito mi ha detto: vieni a stare da me fin quando non ti sistemi. Sono rimasto a casa sua fino a quando si è sentito male. Era un generoso, una bella persona, uno che divideva tutto con gli altri.”

Già, il malore.

La carriera di Ancilotto era in rapida ascesa, e quella che si stava aprendo, sarebbe stata per il mestrino, l’anno della definitiva consacrazione.

Ma a Gubbio, una sera di metà agosto, il 16 per l’esattezza, il destino si contrappose ai sogni di gloria. La Pompea Roma stava giocando nella cittadina umbra un quadrangolare internazionale a cui partecipavano il club francese del Nancy, la Scavolini Pesaro e la Faber Fabriano.

Quella sera i capitolini erano impegnati contro i francesi e Davide iniziò subito forte, con i primi due canestri della partita, di cui uno in coast-to-coast dopo aver recuperato un pallone finendo l’azione con un tiro nel cuore dell’area. Poi chiese il cambio, dopo quattro minuti di gioco, si accasciò a terra e la luce si spense. Nessun contatto, nessuno scontro con un avversario, perse i sensi e la situazione apparve subito grave.

Si temeva per un aneurisma cerebrale, invece la tac compiuta all’ospedale di Gubbio evidenziò un’ischemia. Trasferito all’Ospedale San Filippo Neri di Roma, rimase in coma per una settimana chiuso in se stesso nel dolore, lottando per aprire gli occhi e magari sdrammatizzare l’accaduto con una delle sua classiche battute.

Invece alle 11 di mattina del 24 agosto, un lunedì, il suo cuore battè l’ultimo colpo prima di spegnersi definitivamente, facendo sprofondare nel dramma una famiglia, una squadra, il basket italiano.

Il padre di Davide, Gianni, devastato, capì subito che accanirsi contro il destino non avrebbe portato a niente: “E’ stato il destino, purtroppo. E’ stato il destino. Non ci sono responsabilità, tutti i medici hanno fatto quel che dovevano. L’affetto di tanta gente dimostra che Davide ha lasciato una traccia”.

Si perchè nel corso di quel calvario durato otto giorni, in cui le sue condizioni apparvero in miglioramento nelle prime 48 ore seguite dalla fatale e inspiegabile ricaduta, al suo capezzale si alternarono centinaia di persone, amici, familiari, compagni di squadra, avversari, tifosi venuti da tutta italia, personalità di spicco del mondo sportivo e della televisione.

Una tragedia inevitabile, fu il responso delle indagini aperte, come da prassi in Italia, per fare luce sull’accaduto.

Emiliano Busca, compagno di squadra di Ancilotto, accennò che il giorno stesso in cui si consumò la tragedia, Davide non si sentiva bene, ma sul momento non dette pesò a tutto ciò: “In quel periodo di inizio preparazione eravamo tutti stanchi, dormivamo poco, ci allenavamo molto e Davide sembrava veramente esausto, in preda ad un mal di testa durante il tragitto in pullman che abbiamo fatto da Roma a Gubbio per partecipare al torneo. Diceva di avere il torcicollo e sentirsi le tempi pulsare, dormendo per gran parte del viaggio, cosa inusuale per lui. Qualche giorno prima aveva fatto gli “straordinari”, passando il ferragosto con alcuni amici a Mestre per poi precipitarsi a Roma guidando tutta la notte per arrivare puntuale all’ultimo allenamento prima della partenza per Gubbio” proseguendo “a quel torneo non avevamo con noi il medico della squadra, rimasto a Roma e con noi c’era un dietologo. Non potevamo farci nulla e prevedere ciò che sarebbe successo. Se dovessimo fare i controlli per ogni mal di testa staremmo freschi. Sembrava normale qualche doloretto per di più dopo un allenamento a seguito di qualche giorno di vacanza.

A chi gli chiese delucidazioni quando il malore colpì Ancilotto, Busca, ancora sconvolto, rispose: “aveva uno sguardo che non dimenticherò mai. Mai! Emetteva una specie di rantolo, e sembrava sul punto di riprendersi ma non riusciva a sorreggersi in piedi. Venne subito soccorso in modo tempestivo ed in meno di 5 minuti era già in viaggio verso l’ospedale. Ci dissero che non c’era da preoccuparsi. Cose come queste ti cambiano il modo di vedere il tuo mestiere, le tue passioni e i valori della vita. Ci fanno controlli di tutti i tipi, ci danno anche apparecchi per i denti per correggere la postura e poi succede una cosa del genere. E’ assurdo!

Giorgio Corbelli e Gino Natali, rispettivamente Presidente e General Manager furono tra i più devastati dalla scomparsa del campione in divenire. Di lui vennero attratti dalla forte personalità e dell’ambizione smisurata che aveva di diventare il numero della pallacanestro italiana e fare grande Roma.

Corbelli lo paragonava a Roberto Baggio, per l’immenso talento e qualità del gioco che possedeva e distillava ai tifosi sotto forma di canestri e assist per riaccendere l’entusiasmo di una piazza da troppo tempo sopita.

Non si può morire a 23 anni per colpa di un destino crudele. Il basket italiano rimase sotto shock per anni e nemmeno le imprese della nazionale, argento agli europei del 97 e poi oro a quelli del 99, riuscirono a colmare del tutto il vuoto lasciato dallo sfortunato campione a cui nel 2001 venne intitolata la curva della tifoseria romana e la cui associazione “4NCI” – creata dall’associazione di parole composte dal numero 4, il suo numero di maglia appeso al soffitto del PalaEur – da oltre 7 anni si prodiga a tenerne vivo il ricordo e l’eredità che ci ha lasciato.

Ogni anno l’Associazione a Promozione Sociale 4NCI organizza l’evento “4NCI – La Festa del Basket per Davide Ancilotto” all’Anciground di Mestre, che come amano dire loro non è un “Memorial”, ma un’autentica festa del basket che festeggia Davide, la sua passione e permette di rivivere la sua storia dai gesti, dalle parole, dai ricordi dei suoi compagni di squadra, avversari, allenatori, amici e familiari. Migliaia di persone si muovono da casa per partecipare e ricordare il talento di Ancilotto, tra cui campioni come Gianmarco PozzeccoMatteo Soragna e Andrea Pecile o giocatori di un’altra generazione che si sono comunque ispirati a lui, come Gigi Datome.

Domenica 29 dicembre, in occasione della partita tra Pistoia e Roma – le ultime due squadre di Davide – sono stati consegnati gli “Anci Awards” ai migliori talenti in erba di entrambe le compagini, premi messi in palio dalla tifoseria organizzata “Baraonda Biancorossa” di Pistoia, il club “Davide Ancilotto” di Roma e l’Associazione “4NCI” per omaggiare il ricordo del campione che ha lasciato della tracce indelebili nei cuori delle due tifoserie.

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Davide Ancilotto non ha smesso di giocare a basket. Lo fa ancora, da qualche parte, lassù, assieme ai suoi nuovi compagni di squadra: Gabriele Piazzolla, Chicco Ravaglia, Willie Sojourner e Paolone Barlera.

A noi piace pensare che sia così.

P.S.: si ringrazia Marco Bianco dell’Associazione “4NCI” (www.4nci.eu) per il contributo nella redazione di questo pezzo e per il materiale fotografico concesso (estrapolato dal libro di Marco Valenza “A Davide”).

Articolo pubblicato in esclusiva su HOOPS DEMOCRACY il 3 Gennaio 2014

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