NBA Midseason Awards

La NBA giunge al giro di boa, quasi ogni squadra ha raggiunto le 41 gare disputate, per cui idealmente finisce il “girone di andata” e possiamo trarre i primi bilanci della stagione.

Premi Individuali

MVP

Vincente: Kevin Durant.

Dai, che questo è l'anno buono...
Dai, che questo è l’anno buono…

Non credo ci siano dubbi che in questo momento che colui che più di tutti merita il riconoscimento si chiami Kevin Durant. I numeri non mentono: 54 punti contro i Warrios dominando in qualsiasi maniera potreste mai immaginare, ben due volte a quota 48 punti, 46 contro i Blazers tirando quasi il 70% dal campo, scollinando oltre i 30 punti di media (career high fino a questo momento) nella 3° squadra, per record, della NBA che ha fatto a meno di Russell Westbrook, considerato all’unanimità uno dei primi 10 giocatori della lega, per quasi la metà delle partite disputate. KD in estate aveva detto che non si sarebbe più accontentato del secondo posto dietro a LeBron, e diceva sul serio. Dietro di lui il solito LeBron James, che dopo aver fatto incetta di premi individuali nelle scorse stagioni sta tirando i “remi in barca” – se così si può definire una stagione da 26 punti, 6.7 rimbalzi, 6.6 assist tirando quasi il 60% dal campo, 40% da tre – con l’obbiettivo di non spremersi troppo per arrivare al momento clou della stagione carico di energie e non al limite come è successo negli ultimi due anni. A legittimare l’assunto che questo sia il momento delle ali piccole, come terzo candidato al premio di MVP spunta il nome di Paul George, miglior giocatore della miglior squadra NBA, che ha numeri, su ambo le metà campo, per entrare nel novero dei pretendenti.

ROY

Vincente: Micheal Carter-Williams.

Troppo facile concorrere contro il niente...
Troppo facile concorrere contro il niente…

Si sapeva che questo sarebbe stato un draft di transizione in attesa di quello dato da molti, come il più talentuoso di sempre, ma nessuno si sarebbe aspettato questo scempio. Per trovare il miglior rookie della stagione fino a questo momento dobbiamo salire a fine lotteria, con Micheal Carter-Williams. Per lui parlano i numeri che dicono 17 punti con quasi 6 rimbalzi e 7 assist a sera, con 2,5 recuperi. Per lui parlano anche alcune prestazioni altisonanti, come la quasi quadrupla doppia con cui si è presentato alla NBA ed ha distrutto i campioni in carica dei Miami Heat o la tripla doppia contro Orlando passata alla storia per essere la prima gara in cui due rookie hanno realizzato tale impresa. L’altro rookie? Victor Oladipo, che a Orlando sta piazzando 13.6 punti di media con 4 rimbalzi e quasi 4 assist a gara partendo regolarmente dalla panchina. Il terzo incomodo, contando l’involuzione di Ben McLemore dopo la trade che ha portato a Sacramento Rudy Gay, è senz’altro Trey Burke, ovvero l’unico altro rookie NBA ad andare in doppia cifra di media – 13,7 punti, 5,7 assist ma soprattutto tanta leadership – partito di rincorsa a causa di un infortunio che gli fatto saltare le prime 10 gare stagionali.

DPOY

Vincente: Roy Hibbert.

Tu non puoi passare qui...
Tu non puoi passare qui…

Lo scorso anno il premio andò a Marc Gasol e aveva senso. Ma in molti hanno storto il naso perchè il riconoscimento non è andato a Roy Hibbert, che statistiche, avanzate e non, lo incoronavano come tale. E’ lui l’epicentro della miglior difesa NBA, quella dei Pacers: con lui in campo a proteggere il canestro gli avversari tirano circa 40% al ferro (primo assoluto in NBA), vittime delle quasi 3 stoppate a gara che elargisce e delle innumerevoli parabole di tiro condizionate dalla sua presenza. Il suo difensive rating (punti concessi per 100 possessi) è clamoroso, 91,5, ovviamente leader anche in questa graduatoria. Dietro a Hibbert sale la candidatura di Joakim Noah, un altro che è stato scippato di tale onoreficenza negli utltimi anni. La sua capacità di fare reparto a sè è uno dei segreti della difesa di Tom Thibodeau e dei Bulls. Le sue statistiche difensive sono buone ma non ottime, senza grandi picchi, ma vederlo all’opera è una gioia per gli occhi: non perde di efficacia se viene portato fuori dell’area, grazie alla sua capacità di cambiare sui pick & roll e la rapidità con cui recupera, comunica, dirige e muove i fili degli altri 4 compagni in campo. Dietro ai due favoriti c’è l’imbarazzo della scelta per la “medaglia di bronzo”. Le stats indicherebbero Anthony Davis, uno dei giocatori più efficaci nei pressi del ferro dell’intera NBA, ma i suoi New Orleans Pelicans sono una della peggiori compagini in difesa della lega, per cui è corsa a due tra DeAndre Jordan e Serge Ibaka, due dei migliori intimidatori in aiuto della lega. Jordan è il prototipo del centro atletico con poca intelligenza cestistica che io detesto, ma tira giù 13,5 rimbalzi, stoppa 2,5 volte a gara e con coach Rivers è cresciuto sotto ogni aspetto difensivo (mentale soprattutto) rispetto allo scorso anno.  Lo stesso ha fatto pure Serge Ibaka, sempre più determinante per i Thunder nella propria metà campo, meno istintivo che in passato e quindi più efficace.

SMOY

Vincente: Manu Ginobili.

Manu cazzeggia in panchina, ma quando si alza, non ride più nessuno.
Manu cazzeggia in panchina, ma quando si alza, non ride più nessuno.

Premetto una cosa: ho volutamente tolto da questa graduatoria quei giocatori come Crawford o Reggie Jackson che nonostante siano i sesti uomini per antonomasia, per un motivo (infortuni altri in particolare) o per un altro hanno giocato più del 25% delle partite in quintetto. Nessun sesto uomo della lega è più produttivo di Nick Young che nelle 32 partite (su 40) che si è alzato dalla panchina ha messo a referto quasi 17 punti a gara in 28 minuti di utilizzo medio. Swaggy P è un giocatore di culto, che di questi Lakers è il miglior realizzatore e unico giocatore in grado di creare dal palleggio e accentrare su di se il gioco, almeno fino a quando la convalescenza di Kobe Bryant e Steve Nash non terminerà. Non è continuo, la selezione di tiri è quella che è sempre stata (pessima) ma quando si accende sembra un videogioco per l’innata capacità di fare canestro. Ma i Lakers hanno un plus/minus di -5 di media ed un net rating simile e quando è in campo Young, il plus/minus diventa -0,9 e il net rating -1,4, segno che l’impatto di Young in uscita dalla panchina cambia poco i destini della franchigia di Los Angeles, e la sua è mera quantità con poca qualità. Viceversa chi incarna alla perfezione l’essenza del ruolo di sesto uomo è il sempreverde Manu Ginobili, che ad eccezione di 2 partenze da titolare sul totale delle gare disputate produce 12,8 punti e quasi 5 assist in 24 minuti di utilizzo. La scossa che da alle partite degli Spurs – in cui entra con la second unit, gestisce una grande mole di possessi e con le sue invenzioni e letture guida i parziali che gli Spurs sfruttano per prendersi l’inerzia del gioco – è testimoniata dal +7 di plus/minus che porta in dote ed il net rating della squadra che quando il gaucho da Bahia Blanca è in campo schizza a 13,8, quasi 5 punti in più del normale. Penalizzato dai risultati di squadra e le statistiche avanzate è Tyreke Evans che ha i numeri personali per rientrare nella lista di candidati –  12,6 punti, 4,6 rimbalzi e 4,1 assist a partita in 25 minuti di media senza una singola partenza in quintetto – ma non imprime ai Pelicans quell’impatto che ci si aspetta da un sesto uomo. Menzione d’onore per i fratelli Morris di Suns, che vanno trattati come un unico pacchetto. Sono 1 dei segreti del successo dei Phoenix Suns in questa stagione, escono entrambi dalla panchina ed in metà gara di utilizzo medio vanno entrambi in doppia cifra, contribuendo con le loro doti di tiratori e la loro atipicità offensiva e difensiva alla causa.

MIP

Vincente: Lance Stephenson.

New York Knicks v Indiana Pacers
Mi garba farlo strano

Altre (doppia) premessa: di base tenderei a non premiare i sophomore che dopo l’annata da rookie in cui hanno scaldato la panchina entrano nelle rotazioni ed emergono come sorprese. Tendo anche a scartare quei giocatori che cambiando squadra, struttura di gioco, ambiente e ambizione, esplodono. Ecco perchè ho accantonato gente come Andre Drummond, Terrence Jones e Miles Plumlee. Most Improved player significa alla lettera, e in italiano sgrammaticato, “Giocatore più Migliorato” ovvero quel giocatore che da un anno ad un altro ha mostrato evidenti miglioramenti nella qualità del suo gioco, tanto da diventare un giocatore importante della propria squadra. Nessuno più di Lance Stephenson si merita questo premio, ereditandolo dal suo compagno di squadra Paul George. The Born Ready è passato dall’essere uno specialista difensivo con compiti di tiratore piazzato da 8.8 punti a gara con il 46% al tiro in 29 minuti ad essere una delle colonne portanti della miglior squadra della lega in cui in 35 minuti produce quasi 14 punti, con il 50% al tiro, quasi 7 rimbalzi e quasi 6 assist guidando la lega in triple doppie realizzate in questi primi mesi di stagione. Non è più “solo” un gregario che deve difendere e segnare sugli scarichi, ma è molto più coinvolto nella costruzione del gioco ed è un giocatore di riferimento per l’attacco dei Pacers. Dietro di lui propongo la candidatura di Klay Thompson, che ha migliorato rispetto allo scorso anno il suo impatto offensivo, già importante, passando da 16,6 a quasi 20 punti a sera, migliorando le proprie % al tiro, passate dal 42% al 45%, che per un giocatore che prende una valanga di tiri complessi (quasi 16 tiri a partita, di cui quasi la metà da oltre l’arco) è un dato che fa la differenza. Infine nota di merito per Arron Afflalo che alla soglia dei 28 anni è diventato un giocatore in grado di segnare quasi 21 punti a sera (erano 16,5 lo scorso anno) giocando pressochè i soliti minuti della scorsa stagione, tirando decisamente meglio (47% al tiro contro il 44%, ma il 43% da tre contro il rivedibile 30% dell’anno prima) in una squadra che lotta per avere più palline possibili alla lottery, ma che è nasconde sotto l’ombra del tanking un progetto di crescita interessante.

COY

Vincente: Frank Vogel.

Vogel fa gli scongiuri, visto quanto porta rogna il COY
Vogel fa gli scongiuri, visto quanto porta rogna il COY

Dovrebbero istituirlo a Greg Popovich, perchè ogni anno si merita di vincerlo con i suoi San Antonio Spurs sempre in testa nei ranking della Western Conference. Tuttavia questo non è il trofeo che premia il migliore in assoluto ma il coach che nella stagione corrente ha raggiunto i migliori risultati. Ecco perchè meritevole di COY, il premio più sfortunato di sempre – vinto da Sam Mitchell, Avery Johnson, George Karl, tutti licenziati nel giro di 2 anni dalla premiazione – è senza dubbio Frank Vogel autore dietro le quinte di questi Indiana Pacers rullo compressore della lega, miglior difesa NBA e attacco molto più bilanciato di quello che dicono i numeri. Non saranno mai una squadra educata e raffinata nella metà campo offensiva, ma Vogel è riuscito a creare un sistema di gioco autosufficiente in cui tutti sono partecipi. Altresì non si può trascurare il lavoro svolto da Terry Stotts a Portland. I suoi Blazers viaggiano a gonfie vele dietro solamente a Spurs e Thunder nell’agguerrita Western Conference. Non male per uno che fino a 7 mesi fa allenava una squadra materasso ad ovest, con tante incognite e poche certezze. Sotto la sua egida, è sbocciato Damien Lillard e LaMarcus Aldridge sta giocando a livelli mai visti. Ma il vero capolavoro lo ha fatto creando attorno a loro un sistema variegato, con tanti jolly ed una direzione comune condivisa da tutti. Jeff Hornacek merita tanto quanto i due suddetti. Lui non solo sta allenando bene, ma da novello Re Mida tutto quel che tocca diventa oro. Non so spiegarmi come abbia fatto a dare un senso a Gerald Green, uno che fino allo scorso anno era ai margini della lega, quasi reietto. Ma non si è fermato lì: oggi Miles Plumlee, i fratelli Morris e PJ Tucker sono validi elementi da rotazione in una squadra NBA con ambizioni da playoff, Dragic è quasi un All Star, ed i Suns da squadra che in teoria sarebbe da considerarsi materasso, puntano a fare la post season. Incredibile.

EOY

Vincente: Neil Olshey.

Sguardo Hollywoodiano.
Sguardo Hollywoodiano.

A Portland da due anni opera il GM forse più sottovalutato della lega: Neil Olshey, che vanta un passato da attore, è un tipo che non salta alle cronache, ma che è riuscito a costruire a Portland una squadra da corsa, con tante piccole mosse passate sottotraccia attuate per risolvere il vero punto debole dei Blazers negli ultimi anni, la panchina. In estate ha orchestrato le trade che hanno portato in Oregon Robin Lopez e Thomas Robinson, praticamente in cambio di nulla. Ha poi preso sul mercato dei free agent tasselli importanti come Mo Williams e Dorell Wright permettendosi pure il lusso di scegliere un possibile steal al draft come C.J. McCollum. Tutte mosse di per sé banali e di basso profilo, ma che abbinate al contesto e gestite dalle sapienti mani di Stotts hanno fatto la differenza. Va dato credito anche a Daryl Morey, che in due anni è riuscito a trasformare i Rockets da gulag evitato da tutti a contender. Riuscire a strappare alla concorrenza Dwight Howard, per quanto rischiosa, è una mossa che vale da sé il premio. Lo ha fatto con lungimiranza, quasi prevedendo in anticipo il futuro. Se cacciasse anche McHale e lo sostituisse con un coach capace, sarebbe per me vincitore a mani basse. Masai Ujiri lo ha vinto lo scorso anno a Denver. Arrivato a Toronto in meno di 3 mesi è riuscito a sbrigliare le intricate matasse che ha ereditato dalla gestione Colangelo. Via Bargnani, via Gay, e per magia i Raptors si sono trasformati nella 5° miglior difesa della lega e terza forza ad est, che di per se non fa notizia considerato lo scandalo che è l’Atlantic Division, ma considerando che sono 4 anni che non hanno un record sopre il 35% di vittorie, è un risultato clamoroso quanto inaspettato.

Quintetti NBA

NBA First Team

Stephen Curry, Paul George, LeBron James, Kevin Durant, LaMarcus Aldrige.

NBA Second Team

Damien Lillard, Chris Paul, Carmelo Anthony, Blake Griffin, Kevin Love.

NBA Third Team

Tony Parker, Ty Lawson, James Harden, DeMarcus Cousins, Dwight Howard.

NBA First Difensive Team

Ricky Rubio, Paul George, Andre Iguodala, Joakim Noah, Roy Hibbert.

NBA Second Difensive Team

Patrick Beverly, Wes Matthews, Jimmy Butler, Serge Ibaka, Tim Duncan.

NBA Rookie Team

Trey Burke, Michael Carter-Williams, Victor Oladipo, Tim Hardaway Jr, Giannis Antetokounmpo.

Questo articolo è stato pubblicato in anteprima su Playitusa.com

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