Rivelazioni & Sorprese NBA

Ovvero quei giocatori che non possono competere per nessun premio individuale (MVP, MIP, SMOY e chi più ne ha più ne metta) perchè non hanno i requisiti statistici, ma hanno giocato una stagione clamorosa – di molto oltre le aspettative – e che nei propri team rivestono un ruolo decisivo.

Gerald Green

Alzi la mano chi avrebbe scommesso 1 solo euro sulla definitiva consacrazione di Gerald Green, che meno di 1 anno fa era considerato uno dei maggiori talenti inespressi della lega, per di più arrivando a Phoenix come asset in una trade che aveva come scopo quello di sfoltire il roster e dare flessibilità salariale alla franchigia dell’Arizona.

Che fosse uno scherzo della natura dal punto di vista della reattività e dell’atletismo lo si sapeva nonostante la continua sensazione di stupore quando fa qualcosa di irreale in aria. Ma la cosa veramente sbalorditiva è stata la sua maturità, intensità ed efficacia da ambo i lati del campo.

Per larghi tratti della stagione è stato uno dei migliori corner shooter della NBA, chiudendo la stagione con il career high nella % di tiro da tre punti, raddoppiando i tentativi a sera. Sono career high anche i minuti giocati a sera, i punti segnati a partita, gli assist smazzati ad incontro e la percentuale ai tiri liberi.

Lui dice che il merito della sua evoluzione è dovuto in gran parte alla sua esperienza europea, che lo ha reso maturo, e a coach Vogel che ad Indiana gli ha insegnato la difesa e lo ha preparato tatticamente e tecnicamente ad essere il giocatore che è oggi. Jeff Hornacek ha “ereditato” un giocatore a cui nessuno avrebbe più dato una chances, ma che ha saputo plasmare con grande costrutto prima in elemento di rottura in uscita dalla panchina, poi in titolare affidabile. Anzi, quando i Suns hanno recuperato Bledsoe e Green è stato “costretto” a tornare ad uscire dalla panchina, il ruolo di sesto uomo gli è stato parecchio stretto.

Josh McRoberts

Un mio personale pupillo. Ha giocato una stagione straordinaria, che i numeri non evidenziano appieno. Alla fine, guardando i tabellini, si tratta di un giocatore da soli 8.6 punti e nemmeno 5 rimbalzi a sera che tira il 44% dal campo e il 37% da tre punti.

Ma se è il 4° giocatore più utilizzato in una delle squadre rivelazioni NBA come i Bobcats un motivo c’è ed è molto semplice: è il regista occulto della squadra di coach Clifford ed il segreto meglio tenuto del successo dei Bobcats.

E’ il secondo assistman della squadra dietro a Kemba Walker, ma è un “effetto collaterale” del suo gioco, anche se tra i bigman NBA è dietro solo a Noah e Love per assist a partita. Secondo SportVU è il 6° giocatore nella lega per passaggi effetuati, dietro solo a Noah tra i bigman NBA. E’ l’ingranaggio che permette ai Bobcats di avere fluidità offensiva in una squadra che non è dotata di passatori ma di realizzatori (Jefferson, Walker, Henderson) che devono essere connessi ed hanno bisogno di McRoberts come collante per funzionare. E’ un facilitatore con i controfiocchi, mai appariscente ma estremamente efficace per dare fluidità offensiva.

Alcuni aspetti sottovalutati del suo gioco sono l’atletismo e la mobilità molto utili in fase difensiva, ed ha range di tiro per punire i raddoppi in post su Jefferson o per giocare i pick & pop con Walker, uno che se prende velocità sul pick & roll è devastante nel creare grattacapi alle difese avversarie.

Dopo 5 squadre in 7 anni nella lega ha finalmente trovato la sua dimensione ottimale. E’ perfetto per giocare al fianco di Jefferson e di un’ala piccola come Michael Kidd-Gilchrist che non è molto perimetrale.

DeMarr Carroll

Se  gli Atlanta Hawks per il 7° anno consecutivo sono arrivati ai Playoff, nonostante tutti gli infortuni che hanno minato la stagione e il livello dell’est non propriamente all’altezza delle aspettative, in parte lo devono anche a questo giocatore che fino a 12 mesi fa era riconosciuto più per le sue treccine che per il suo rendimento in campo, che era marginale.

Questo è il suo career year: massimo in carriera in minuti giocati, partite giocate, punti, percentuali al tiro, rimbalzi, recuperi e assist. Nelle sue 4 precedenti stagioni nella lega era considerato il classico comprimario che usciva per pochi minuti dalla panchina con compiti prettamente difensivi, a cui era negato mettere palla a terra o prendersi un iniziativa.

Nei primi anni NBA anche il suo ruolo era incerto. Era il classico tweener pieno di difetti per giocare in pianta stabile da ala piccola o ala forte. Ad Atlanta è arrivato in punta dei piedi, ma coach Budenholzer ha trovato in lui potenzialità inespresse che in pochi si immaginavano. E’ uno dei migliori “3&D” della lega per dirne una: un difensore arcigno, sia che single coverage che di squadra e un tiratore da tre che se prende fiducia non ti conviene battezzare. E’ atletico, intelligente, conscio dei suoi limiti, umile e un giocatore di squadra che in un sistema Spurs-oriented come quello quegli Hawks vede tutte queste caratteristiche esaltarsi.

Nel corso della stagione è stato spesso beneficiario degli extra pass che lo liberavano in angolo per un comodo tiro da tre punti smarcato e più in generale, in un attacco di movimento come quello degli Hawks, è stato bravo a trovare opportunità da finalizzatore, segnando quasi il 66% dal campo nella restricted area, con il 78% ed oltre dei suoi canestri dal campo assistiti.

Marco Belinelli

Marco è una delle rivelazioni da due anni a questa parte ed in perenne crescita da quando era ancora a New Orleans. Nella squadra più competitiva in cui abbia mai giocato, che lo scelto per le sua qualità mostrate a Chicago, si è calato alla perfezione in un ruolo tattico importante quanto non semplice da interpretare.

Per fare bene agli Spurs devi avere certe qualità tecniche, ma ancora più importante, devi avere qualità umane di un certo rilievo per bruciare così velocemente le tappe che prevedevano un inserimento graduale. L’attitudine, la mentalità, la durezza di questo giocatore sono doti rare, anche tra i colleghi oltreoceano. I suoi 11.4 punti a sera non sono career high, ma questa è indubbiamente la sua miglior stagione in carriera come dimostrano tutte le altre voci statistiche di rilievo in particolare la percentuale al tiro, gli assist ed i rimbalzi.

Noi lo sapevamo da anni che Marco non era solo un tiratore, ma un giocatore più completo di quello che si potesse immaginare. In NBA ha faticato molto per fare emergere le sua qualità nascoste, ma già lo scorso anno Tom Thibodeau intravide alcune potenzialità interessanti dandogli spesso palla in mano, facendogli attaccare il canestro invece che relegarlo solamente a spot-up shooter.

Coach Popovich era fiducisio circa l’evoluzione di Marco Belinelli, ma probabilmente non si aspettava così tanto. Pop non è uno che elargisce complimenti a caso, quindi l’attestato di stima più importante che potesse capitare al prodotto di San Giovanni in Persiceto sono state le dichiarazioni del coach dopo i primi mesi di stagione in cui diceva di essere piacevolmente sbalordito dalla velocità con cui Marco ha fatto propri concetti della filosofia Spurs che necessitano di diverso tempo per essere assimilati.

Poi sono arrivati i riconoscimenti veri: la vittoria nella gara del tiro da tre gli ha puntato le luci della ribalta addosso ed ha iniziato a far circolare il suo nome anche tra i possibili outsider per il premio di sesto uomo.

Terrence Jones

Il Terrence Jones di questa stagione non è diverso dal Terrence Jones del suo anno da rookie. Semplicemente si è fatto trovare pronto quando si è presentato quell’opportunità che nel primo anno non ha avuto. Con l’arrivo di Dwight Howard ai Rockets si era aperto un posto in quintetto e Jones, dopo un anno a fare la spola tra la panca NBA e la D-League ha avuto il merito di conquistarselo.

Si completa alla perfezione con Howard, riuscendo a sfruttare magnificamente gli spazi che il centro ex Lakers produce con il suo movimento. I suoi 12 punti e quasi 7 rimbalzi catturati a gara sono li a dimostrarlo. Non è un tiratore continuo, ma è uno dei migliori giocatori nella lega a tagliare da dietro la difesa che gli permette non solo di ricevere scarichi per tiri non contestati ma lo porta ad avere vantaggi evidenti per quanto riguarda la posizione a rimbalzo d’attacco.

Se Howard e Harden sono i giocatori decisivi e Parsons è l’all-around, Jones è l’uomo barometro dei Rockets. Fanno impressione, da questo punto di vista, le sue statistiche nelle vittorie (oltre i 14 punti a sera, con 7.5 rimbalzi, 1.5 stoppate e il 58% dal campo) comparate a quelle nelle sconfitte (7.4 punti, 5.7 rimbalzi e solo il 43% al tiro). Se i Rockets giocano bene, l’impatto di Jones è stratosferico ed in grado di cambiare tatticamente il corso della partita. Spesso sono stati i suoi canestri, o le sue giocate difensive a indirizzare o chiudere le partite.

I Rockets sono una squadra particolare in difesa, ma la coppia di lunghi Howard/Jones permette il controllo dei tabelloni, va sotto contro pochissime frontline NBA e per potenziale è una minaccia costante per i penetratori avversari.

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