Il 1° turno di Playoffs #NBA più bello di sempre

Ben 5 gare 7 su 8 incroci. Canestri allo scadere che decidono una serie e una stagione, drammi sportivi che potevano consumarsi ma che invece sono solo rimandati, eroi, delusioni, aggiustamenti, fattori campo ribaltati come se fosse la cosa più naturale al mondo – ben 23 vittorie esterne su 48 incontri. E’ stato il primo turno di playoff più bello da tempo immemore, sicuramente ha assunto connotati storici.

Tanti record abbattatuti nel corso di queste prime tre settimane di postseason, tra cui: maggior numero ogni epoca di partite finite all’Overtime per un primo turno di Playoff (8), maggior numero di gare consecutive andate all’overtime in una serie (4, tra Thunder e Grizzlies), 18 partite chiuse con scarti inferiori ai 5 punti, 3 gare 7 giocate in una sola sera, milioni di minuti di clucthtime e tanti altri ancora.

Questo è il mio personale resoconto degli ottavi di finale.

 

Eastern Conference

 

Indiana Pacers (1) vs Atlanta Hawks (8) 4-3

Larry ha avuto questa espressione per 6 gare su 7

Si stava per consumare la tragedia a Indianapolis. A memoria non ricordo una testa di serie eliminata da una squadra qualificata ai playoff sotto il 50% di vittorie. Eppure a momenti gli Hawks facevano il colpaccio, traditi dalle percentuali di tiro, in realtà basse per tutta la loro serie, in gara 7. Le cose sono due, o i Pacers hanno sottovalutato gli Hawks o li hanno… sopravvalutati. Si perchè se si va ben a vedere Teague, Antic, Millsap e Scott hanno tirato tutti il 40% dal campo, Antic addirittura il 17% eppure hanno tenuto in scacco la miglior difesa NBA, che in modo isterico è quasi implosa su se stessa. Roy Hibbert è stato un non fattore per le prime 6 partite, Paul George e Lance Stephenson sono stati croce e delizia di Vogel – seppur il loro zampino è stato sempre presente nelle giocate chiave della serie – e il solo David West è stato continuo, tenendo in piedi la baracca in vista di un clamoroso crollo. Che resta emotivo e non tecnico. Vogel si è fatto quasi prendere dal panico quando da gara 6 ha rivoluzionato le rotazioni escludendo Turner e Scola in favore di Watson e Copeland per adattarsi ai quintetti di Atlanta. E solo in gara 7 si è deciso a lasciare il tiro a qualsiasi costo agli Hawks, che in area, nella serie, i piedi ce li hanno messi solo giocando sulla paura dei Pacers. Budenholzer deve essere fiero dei suoi ragazzi: hanno giocato una serie di grande sacrificio, passando da vittime sacrificali e improbabili carnefici. Si vede tutta la scuola Spurs nella gestione dei quintetti, delle risorse, nella preparazione delle partite per giocare sulle difficoltà dell’avversario. Paul Millsap e Jeff Teague hanno giocato una serie sporca ma non si sono mai tirati indietro. Korver, Carroll e Scott sono dei gregari eccezionali. Sponda Pacers, questo è un passaggio del turno che può dare lo slancio per mettersi dietro le spalle tutte le difficoltà recenti. Sono sopravvissuti a un serie che li vedeva in svantaggio 3-2 con gara 6 da giocare in trasferta. Queste sono cose che possono far svoltare una stagione.

 

Miami Heat (2) vs Charlotte Bobcats (7) 4-0

Lesa maestà?

E’ stata la serie meno entusiasmante degli interi Playoff, ma assolutamente non per demeriti dei Bobcats che sono arrivati alla seconda postaseason della loro storia in rampa di lancio ma contro i campioni del mondo in carica. Miami nelle prime due partite ha giocato al gatto con il topo salvo piazzare la zampata decisiva in 5 minuti, mentre nelle restanti due gare gli Heat sono stati cinici e bravi a non far entrare in ritmo gli avversari e il pubblico che li caricava. Superfluo parlare di LeBron James e del suo dominio incontrastato, specialmente dal post basso, specialmente contro Chris Douglas-Roberts e Gerald Henderson. Piuttosto mi piace rimarcare come gli Heat di gara in gara riescano a trovare un protagonista diverso tra i gregari: prima James Jones, poi Chris Andersen e per finire Norris Cole. Il loro contributo, le loro triple, il loro effort e la loro energia è stata fondamentale tanto quanto i canestri di James, Wade e Bosh. Steve Clifford ha dovuto tenere in campo a mezzo servizio Al Jefferson, anche se vistosamente zoppicante, dato che era l’unico ‘Cat in grado di impensierire la difesa Heat, ma Erik Spoesltra senza pietà, ha giocato ha ordinato a Bosh di non mettere piede in area e colpire dal perimetro. Il tema tattico ricorrente degli Heat è stato il quintetto con James da 4, per massimizzare gli spazi con James Jones negli angoli a far punire i raddoppi. Sponda Charlotte c’è da essere fiduciosi nel futuro: la ricostruzione va per il verso giusto, la squadra è quasi completa, Kemba Walker in questi playoff si è consacrato a giocatore di alto livello e a mio avviso manca solo un solo giocatore – un esterno da quintetto, spostando Gerald Henderson al ruolo di sesto uomo -per diventare realmente competitivi.

Chicago Bulls (4) vs Washington Wizards (5) 1-4

il momento in cui Nene stava per mandare tutto a puttane…

Per la prima volta da 2 anni i Chicago Bulls affrontavano una serie playoff da favoriti, ma tutti i limiti della squadra di coach Tom Thibodeau sono emersi contro gli agguerriti, entusiasti e notevolmente più talentuosi Washington Wizards che hanno vissuto una sorta di iniziazione vincendo la serie 4-1. Wall, Beal e Ariza hanno messo in difficoltà oltre ogni aspettativa il reparto esterni dei Bulls che per tutta la serie non hanno trovato contromisure adeguate e solo la career night di Mike Dunleavy in gara 3 ha evitato loro un tremendo sweep. Ricordiamoci tutti che Bradley Beal è alla sua prima esperienza ai playoff, e non ha ancora compiuto 21 anni: è stato il giocatore più giovane di sempre a segnare 60 punti nelle prime 3 gare mai giocate ai playoff ed assieme a Nene è stato il principale grattacapo della difesa Bulls. Quella che doveva essere la stella  della serie, John Wall, apparentemente non ha brillato, ma il suo contributo è passato inosservato, perchè è dalla sue accelerazioni che sono arrivati i momenti migliori dei Wizards, nei momenti topici che non necessariamente sono stati i finali di partita. Poi però in gara 5 si è calato il mantello di dosso ed è esploso prendendosi la responsabilità di eliminare i Bulls. Hinrich, Augustin e chiunque Thibodeu abbia speso su di lui non è riuscito a imbrigliarlo. Restando appunto a Hinrich e Augustin, il primo non ha azzeccato una gara che fosse una, sembra quasi un giocatore finito o perlmeno spento, il secondo è tornato sulla terra dopo un finale di stagione clamoroso. Thibodeau non è riuscito a nasconderlo difensivamente che aveva fatto in regular season. La vera sorpresa in casa Wizards è stata senza ombra di dubbio Trevor Booker, che nel corso dell’anno ha scalato le gerarchie ed oggi è l’energy-guy per eccellenza, una ventata di freschezza che esce dalla panchina. I Bulls invece li hanno retti sulle proprie spalle quasi da soli Jimmy Butler (piuttosto altanelante) e Taj Gibson, oramai pronto a vestire il ruolo di titolare nella prossima edizione dei Bulls Boozer-less (quello che in 5 partite ha giocato la bellezza di 7:45 minuti, complessivi e tutti in gara 5, di 2° e 4° periodo). Joakim Noah dopo aver vinto il premio di DPOY si è frantumato sullo scudo umano compost da Marcin Gortat e Nene, che ha subito da ambo i lati del campo per tutta la serie. In più non deve essere facile per lui mettere sempre una pezza dietro se i suoi esterni non riescono a reggere un palleggio del proprio attaccante diretto.

 

Toronto Raptors (3) vs Brooklyn Nets (6) 3-4

Paul Pierce con la giocata decisiva nella serie… in difesa

Non vorresti mai giocare una gara 7 contro Paul Pierce. Di solito l’ex Celtics le partite le decide in attacco, ma stavolta è stata una sua provvidenziale difesa su Lowry nel finale ha dare ai Nets il passaggio del turno. E’ stata una serie aspra, in cui i Raptors hanno palesato limiti di esperienza, tutto fieno il cascina per il futuro prossimo. Perdere gara 1 in casa è stato il colpo più pesante che potesse accadere, ma c’era un DeMarr DeRozan palesemente non pronto per l’esordio ai playoff della sua carriera. E’ andato meglio nelle altre partite, anche se alcune sue scelte di tiro alla Rudy Gay non hanno fatto per nulla bene alla fluidità offensiva dei Raptors che già di per se non era strabiliante. Kyle Lowry e Greivis Vasquez sono stati la combo più pericolosa per i Nets con i loro pick & roll, il loro estro e la loro lucida follia. Sono stati decisivi in gara 2 e nell’infuocata gara 5. Valanciunas nelle prime 5 partite ha dominato fisicamente Kevin Garnett, Amir Johnson, in difficoltà per i problemi fisici, è stato stoico ed a tratti commovente e a Toronto possono essere felici per aver trovato in Patrick Patterson un cambio dei lunghi di spessore, moderno e affidabile. Peccato per tutto il resto che non fossero i primi 7 giocatori di rotazioni. Hansbrough, Salmons, Hayes, Fields sono stati soprammobili e poco più. Casey ha dovuto ricorrere più di quanto avrebbe mai voluto a Salmons perchè Terrence Ross ha pagato a caro prezzo lo scotto del noviziato ai playoff. Brooklyn la serie l’ha vinta grazie all’esperienza, specialmente nei finali, specialmente con quella gara 1 rubata ai canadesi grazie a 3 minuti vintage di Pierce. Nel corso della serie Kidd ha sempre trovato in Joe Johnson (immarcabile con il suo 1 vs 1 sincopato in avvicinamento) o Deron Williams il trascinatore di Brooklyn, il mismatch da sfruttare. La difesa dei Nets ha sempre fatto prendere ai Raptors i tiri che decideva lei. In questo è stato un piccolo capolavoro di Jason Kidd, che dopo l’inizio di stagione difficile è salito di livello con tutta la squadra, che oggi lo segue. Perfino cambiare quintetto sul finire della serie ha portato giovamenti, con un Alan Anderson tonico e proficuo sul perimetro. Avere un Pierce che anzichè reggere il peso dell’attacco sulle spalle deve colpire nei momenti clou senza spendere troppe energie è un lusso che in poche squadre hanno. Ad eccezione di gara 5 in cui è stato deleterio e giustamente panchinato in favore di Mirza Teletovic, il suo contributo di qualità più che quantità è stato un fattore. Si è rivisto anche Kevin Garnett, che nelle prime partite è stato un peso salvo tornare a essere strumentale nelle vittorie dei Nets con le piccole cose, un rimbalzo, un canestro con il piazzato, un canestro su scarico.

 

Western Conference

 

San Antonio Spurs (1) vs Dallas Mavericks (8) 4-3

The Redemption

I Mavericks hanno sfiorato l’impresa andando contro ogni pronostico a gara 7 contro gli Spurs. Tecnicamente è stata la serie più bella del primo turno visto lo spessore tecnico delle due squadre e dei coaching staff. Nonostante la sconfitta finale, in una gara 7 senza storia, grandi onori a Rick Carlisle, che si è portato a scuola coach Popovich per almeno 4 partite su 7 della serie vincendone 3. Gara 1 era quasi vinta, prima che un parziale di 15-0 nel finale non permettesse agli Spurs si sfangarla. I Mavs hanno creato una serie di grattacapi notevoli agli Spurs: Il backcourt degli speroni si è sempre accoppiato male ai vari Calderon, Ellis, Marion, Carter, Harris. Danny Green e Marco Belinelli sono stati scherzati dai pariruolo avversari e non hanno inciso in attacco. Popovich ha dovuto chiedere prima del previsto gli extra di Manu Ginobili, unico Spurs in grado di creare gioco, per se e per i compagni, visto che il piano tattico di Carlisle era sconnettere Tony Parker dal resto degli Spurs e non innescare la circolazione di palla che andava a beneficio dei gregari, riuscendoci fino a gara 7. Secondo le statistiche di SportVU il numero di palloni passati dalle mani del Francese dalla regular season ai playoff è rimasto invariato, ma sono diminuiti gli assist, i secondary assist, le chance di punti per assist in modo quasi drammatico. Oltre a quello i Mavs hanno attaccato in modo ossessivo e continuativo il francese dell’altra parte del campo con gli Spurs incapaci a larghi tratti di nasconderlo difensivamente. Greg Popovich dopo lo sbandamento iniziale ha iniziato a coinvolgere Dirk Nowitzki sui pick & roll per andare a canestro ripetutamente con il suo uomo, Thiago Splitter. In sintesi è stata un intensa partita a scacchi giocata da due menti sopraffine. Alla fine però ha vinto la squadra più forte, con merito, sudando ogni centimetro che ha conquistato. Questa serie segna la definitiva consacrazione NBA di Monta Ellis, troppo spesso talento fine a se stesso ma che in questi Mavs ha trovato il suo equilibrio, diventando un giocatore in grado di spostare. A livello numerico Dirk Nowiztki ha vinto il confronto diretto con Tim Duncan, ma le sue percentuali al tiro nelle prime 3 partite non sono state granchè, e nonostante una gara 6 di grande spessore tecnico, emotivo e emozionale, con i suoi canestri alla Dirk,  è stato forse il giocatore dei Mavericks più sottotono. Boris Diaw ha fatto un ottimo lavoro di contenimento, ma tanti suoi tiri, immarcabili per rilascio, equilibrio particolare del corpo ecc… sono stati i classici in & out sputati dagli dei del basket. Che bello rivedere Vince Carter tornare ad alti livelli con una serie di partite in cui sembrava quello di Toronto. Il canestro clamoroso in gara 3, subito nominato The Redemption vista la clamorosa similitudine con quello che più di 10 anni prima sbagliò contro i Sixers in finale di Conference, ed alcune prestazioni balistiche vintage sono state di grande aiuto ai Mavericks.

 

Oklahoma City Thunder (2) vs Memphis Grizzlies (7) 4-3

Il miracolo dell’inaffidabile

Una serie che è andata per 4 consecutive all’overtime (record di sempre) giocata tra una contender che ha in organico 2 dei primi 10 giocatori al mondo ed è allenata da un ex Coach dell’Anno e una squadra che fino a 2 settimana non era nemmeno sicura di fare i playoff guidata da un coach esordiente un paio di interrogativi li apre. Se poi consideriamo che 2 di questi overtime sono stati acciuffati dalla squadra favorita per i capelli con pazzeschi giochi da 4 punti, che per fortuna non hanno portato in nessun caso alla vittoria finale, viene lecito chiedersi se i problemi dei Thunder non siano nel manico. Ok, Kevin Durant e Russell Westbrook non hanno giocato il loro miglior basket (ma lo hanno fatto nelle due partite più importanti, finora, della stagione) ma vogliamo parlare di Scott Brooks e del fatto che in 7 partite solo nelle ultime 3, e per un calo fisico e emotivo dei Grizzlies ha messo mano alla rotazioni e al proprio piano partita? Ma questo è solo uno dei millemila fattori che hanno influenzato una serie bellissima, in cui non ha brillato il basket da un punto di vista tecnico, ma per colpi di scena ed emozioni è stata la serie più appagante di questo primo turno, almeno per me, almeno per le prime 5 partite. Ci sarebbe da parlare della difesa di Tony Allen su Durant, e del fatto che Dave Joerger se lo sia potuto permettere in campo oltre 30 minuti a sera anche se in attacco non segna da oltre i 3 metri dal ferro. Allen non ha fatto niente di trascendentale, ma ha reso un inferno ogni ricezione id palla a Durant sfruttando la pochezza del playbook dei Thunder per liberare la propria stella. Ci sarebbe da parlare di Mike Miller, che quando gioca le gare 5 contro i Thunder diventa un supersayan di terzo livello. E ci sarebbe da parlare pure della follia di Westbrook, che a questo giro ha fatto molti più danni ai Thunder che alla difesa altrui. Ma Westbrook si sa che tipo di giocatore sia, e immaginarselo in un altro modo oltre a essere inutile è pura utopia. Non credevo possibile che i Grizzlies riuscissero a ribaltare per ben 2 volte, una delle quali in un’infuocata e pivotale gara 5 il fattore campo. Ma questa squadra ha nel proprio DNA una durezza mentale impressionante e considerarli una sorpresa, da 3 anni a questa parte, è diventato ormai un eufemismo. Peccato per la squalifica di Zach Randolph e dell’infortunio che ha limitato Conley in gara 7.

 

Los Angeles Clippers (3) vs Golden State Warriors (6) 4-3

Steph Curry sa come incendiare il pubblico della Oracle Arena

Ci si aspettava tanto da questa serie, perchè aveva tutto quello che serviva per brillare: campioni, hype, rivalità, antipatia reciproca. Dopo un inizio col botto, il fattore campo già saltato, a dire il vero ci sono state 2 partite abbastanza interlocutorie prima di un finale di serie in crescendo, per emozioni, momenti tecnici e senso del dramma. Solo alcuni errori arbitrali hanno rischiato di compromettere lo spettacolo complessivo della serie, con una gara 1 troppo fallosa, sviste clamorose su alcuni possessi chiave viziati da fallo e poi un metro troppo permissivo nelle ultime partite. Le prime 3 partite di Blake Griffin sono state una cosa dominante come altre poche volte ho visto. Solo i falli in gara 1 lo hanno fermato. La contromisura dei Warriors, Draymond Green, è stato il fattore nelle altre 3 partite della serie. Griffin da quando è entrato Green in quintetto ha ridimensionato il suo gioco e solo in gara 7 ha ritrovato la verve che aveva nella prima parte della serie. Paul vs Curry è stato un match up che contro le attese ha visto faticare di molto il primo, a tratti inebetito dai fulminei rilasci di palla del secondo e in attacco è andato troppo spesso su di giri marcato in modo esemplare da Klay Thompson in modo continuativo per tutta la serie. L’ago della bilancia in favore dei Clippers si è spostato definitivamente quando Rivers ha trovato il modo di usare con profitto DeAndre Jordan, che nelle ultime 3 partite della serie ha tenuto 16.3 punti, 18.3 rimbalzi e l’89% dal campo, spazzando via dal campo David Lee. Il parco tiratori a disposizione dei Clippers ha poi fatto il resto, capitanato da JJ Reddick mentre i corrispettivi dei Warriors a parte Curry, non hanno particolarmente brillato, per continuità. Questo ha costretto Mark Jackson, oggi un uomo morto che cammina in seno alla franchigia, a dover cambiare rotazioni togliendo minuti al fantasma di Barnes, scomparso nel corso della serie, per dare minuti a Jordan Crawford, tra gli artefici della vittoria di gara 6 e importante in gara 7. I Warriors si possono consolare di aver trovare in Curry, Thompson, Iguodala e Green il core di questo gruppo, qualora ci fosse bisogno di saperlo, e sono ad una trade azzeccata, che coinvolga uno tra Lee e Bogut dal definitivo salto di qualità. P.S.: vi ricordate una serie con così tanti giochi da 3 e 4 punti?

 

Houston Rockets (4) vs Portland Trail Blazers (5) 2-4

268 minuti di esperienza ai playoff prima di mettere questo…

Questa non è stata una serie di playoff. Questa è stato un film. Un film in cui si sono mescolati romanticismo, azione, thriller e horror. Si potrebbe dire che l’ha vinta Lillard con quel canestro assurdo allo scadere in gara 6, che l’ha vinta Aldridge con le prime due partite che hanno fatto saltare il banco, che l’ha vinta Matthews con quel pallone recuperato in gara 4, che l’hanno persa i Rockets con la gestione scellerata dei finali di partita, in cui l’unico schema disegnato è stato palla a Harden e tiro da 6 metri con l’uomo in faccia, che l’ha persa McHale per la sua incapacità di trovare risposte alle performance dei Blazers nel corso delle partite. E’ stata una delle 3 serie che non è andata a gara 7, ma fossimo in un mondo giusto, questa serie doveva finire a gara 21 tanto è stata emozionante e in equilibrio. Ma andiamo con ordine. Aldridge nelle prime due partite è stato il cristo risorto che ha alleviato il mondo da tutti i mali a suon di midrange shot. McHale ha pelato il jolly in Troy Daniels in gara 3, inserendo contemporaneamente pure Asik in quintetto, mossa che gli ha permesso di far giocare il crunch time a quintetti più piccoli. In gara 4 i Rockets poteva ribaltare l’inerzia, ma la gestione ignobile del pallone da parte di Lin e Harden non ha dato scampo a Houston. Gara 5 è stato il regno di Dwight Howard, l’unico Rockets che esenterei da colpe nell’arco di tutta la serie, in gara 6 c’è stato il miracolo di Lillard. Tre partite andate all’OT, una finita con un canestro allo scadere. La moneta è girata diverse volte nel verso dei Blazers, meritatamente. Io non riesco a fare un analisi lucida a una serie che è stata così istintiva e emozionante, magari ne riparliamo tra qualche settimana. Magari leggetevi questo mio piccolo breakdown sul canestro impossibile di Lillard.

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