Being LeBron James…

Essere LeBron James non deve essere affatto facile.

Ok, sei il più forte giocatore al mondo, una macchina da soldi, un androide progettato a livello fisico per eccellere non solo nel basket ma in ogni sport con quella combinazione di velocità da centometrista, elevazione da saltatore in alto, fisico da nuotatore in tutto abbinato e un talento per il gioco fuori da ogni logica e concezione.

Il Lebron James giocatore di basket è un uomo che ha ha consacrato la sua vita allo sport, che ha reso un tempio il suo corpo e che dall’età di 15 anni vive la sua vita come se fosse uno show: si è autoproclamato “The Chosen One” in un’età in cui ancora non poteva permettersi di guidare una macchina, prima ancora di mettere piede nel mondo del basket professionistico, foraggiato da sponsor di ogni tipo e caratura, luci della ribalta accese ad occhio di bue su di lui. Essere al centro dell’attenzione è diventata la sua forza e il suo punto debole.

La pecca più grande della sua carriera è stata la pantomima della  “The Decision”, una trovata pubblicitaria che gli si è ritorta contro, rendendolo lo zimbello non solo dei suoi ex tifosi dei Cavs, ma di tutto il basket mondiale. Un passo falso che ancora oggi lascia strascichi e divide l’opionione pubblica tra i lebronisti e gli anti-lebronisti.

Tramutando la stagione 2010/11 in una caccia alle streghe in cui ogni sua smorfia, sorriso o dichiarazione veniva passata ai raggi x dalla stampa, dai media, dai detrattori per leggere boria, arroganza, supponenza. La cocente sconfitta contro i Mavs è stata la consumazione in diretta del dramma sportivo con  il mondo intero, che a ragione e non, lo ha crocifisso per la sconfitta.

C’era del materiale per farsi sopraffare dagli avvenimenti, per farsi schiacciare dal peso della pressione, invece è in quel momento che la vita di Lebron James è cambiata. Un uomo trasformato, che ha fatto tesoro dei suoi errori e ha sviluppato una forza mentale in grado di farlo diventare il giocatore più dominante degli ultimi 3 anni, qualora già non lo fosse stato gli anni precedenti.

Due titoli vinti consecutivi, record individuali rotti come grissini e alcuni record di squadra stabiliti sono lì da vedere, come anche un LeBron James come epicentro di quella macchina semi-perfetta che sono stati i Miami Heat, portatori sani di una nuova filosofia di gioco chiamata position-less progettata a sviluppata attorno al prescelto, proprietario di un gioco maturo e senza punti deboli. Un giocatore capace di giocare 5 ruoli, portare palla come un playmaker, tirare da fuori come una guardia, creare gioco come un’ala piccola, giocare in post contro un’ala forte e fare a spallate in area come un centro.

Un LeBron James che cambiando atteggiamento, rispettando gli avversari e i compagni di squadra, ha trovato la via della grandezza, ha fatto ricredere i tanti detrattori che prima di quel 7 luglio 2010 erano suoi ammiratori, si è fatto nuovi fans ed ha visto la sua immagine pubblica rinvigorita quasi come se “The Decision” fosse stato un semplice incidente di percorso invece che il punto più basso a livello umano di un giocatore nella storia dello sport professionistico americano. Si è creato con il tempo un aura di invincibilità che solo i San Antonio Spurs hanno scalfito e poi trapassato, ed è riuscito in imprese che in pochi altri, prima di lui, hanno saputo portare a termine.

Massimo Oriani, giornalista della Gazzetta e acerrimo detrattore di LeBron James dai tempi dei Cavs scrive che partecipare a 5 finali vincendo solo 2 titoli è una macchia sulla carriera di LeBron James. Non lo specifica chiaro e tondo ma lascia intendere nemmeno troppo velatamente (basta farsi un giro nel suo profilo twitter…) che James è da considerarsi un perdente. Seriamente?

Nonostante tutto e tutti James è il miglior giocatore di basket al mondo in questo momento, di gran lunga il più forte della sua generazione e meritevole di stare nel monte Rushmore della storia della lega come molti altri. La sua candidatura a Greatest of All Time è ancora aperta ed a suffragio di questa tesi ci sono i premi individuali e di squadra a confermarlo.

Ha vinto meno di altri? Si. Ha raccolto meno di quanto si meritava? No.

Vincere, non è solo questione di talento, forza e mentalità, è anche e soprattutto una questione di tempismo. Analizzando le 5 finali disputate da LeBron si evince che:

  • 2007 vs Spurs. Lui e i Cavaliers erano palesemente impreparati a vincere i titolo.
  • 2011 vs Mavs. LBJ e gli Heat erano immaturi e arroganti, i Mavericks di Dirk Nowitkzi erano una squadra in missione.
  • 2012 e 2013 vs Thunder e Spurs. Per James e gli Heat sono stati il titolo della maturazione e della consacrazione.
  • 2014 vs Spurs. Gli Spurs sono stati la squadra del destino, James ha provato ad andare contro quel destino come Davide contro Golia con un epilogo differente della storia.

Paragonando il percorso fatto da James agli altri grandi del passato:

  • Micheal Jordan ha vinto 6 titoli, ma prima di vincerli è dovuto passare tra cocenti sconfitte e delusioni. I Bulls hanno vinto quando era il loro turno vincere ed erano pronti a farlo.
  • Tim Duncan, che oggi vanta 5 anelli in 17 anni è l’esempio lampante che il giocatore più forte e la squadra più forte non necessariamente vincono i titoli. Da quando è nella lega gli Spurs non hanno mai vinto meno di 50 partite stagionali, sempre considerati contender, ma per un motivo o l’altro mai capaci di dominare la lega.
  • Shaq & Kobe prima di iniziare a giocare assieme e diventare la coppia più forte del loro decennio hanno passato stagioni infernali lasciando per strada un titolo nel 2004.
  • Jerry West & Wilt Chamberlain, i giocatori più forti della loro epoca hanno avuto la sfortuna di giocare nello stesso periodo storico dei Boston Celtics pigliatutto e solo sul finire delle carriera hanno potuto coronare il sogno di vincere un titolo (anche se per la verità Chamberlain riuscì a interrompere l’egenomina Celtics a Phila nel 67 prima di vincere il suo secondo titolo da gregario nel 72).
  • Magic Johnson & Larry Bird si sono spartiti 8 titoli in 9 anni dando vita ad una delle rivalità più grandi della storia della lega. Ma entrambi hanno perso finali su finali.

Tutti i giocatori sopra citati si contendono la palma di GOAT, nessuno escluso meritevoli di stare nella Top Five di ogni epoca. Questo dire che non basta essere il giocatore più forte al mondo per vincere, se dietro a te non hai una squadra che te lo permette, se prima non hai sofferto, se prima di arrivare al traguardo non hai compiuto qualche passo falso, se gli incastri del destino non vanno tutti al proprio posto o più semplicemente non sei pronto per farlo.

Una cosa bella della NBA è che gli anni, i cicli, i giocatori passano ma una cosa rimane immutata: a vincere il titolo è sempre la SQUADRA più forte e meritevole. Non il singolo. La squadra. Solo per questo, per me, James ha fatto 2/2 e non 2/5.

Da questo punto di vista LeBron James non ha niente da recriminare e le critiche che pioveranno sulla sua testa questa estate e nei prossimi mesi proverranno per un 90% abbondante da coloro che ancora si fanno accecare dall’antipatia del prescelto, che già iniziano a imputargli la sconfitta e fare revisionismo storico.

D’altronde il potere logora chi non ce l’ha, fa parte del gioco. Come disse Ben Parker sul punto di morire accasciato tra le braccia di suo nipote Peter Parker in Spiderman, “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”. Quando vinci sei portato in trionfo assieme alla squadra, quando perdi si ricordano solo di te e scatta la gogna mediatica.

Una cosa di cui sono certo è che LeBron James saprà rialzarsi e tornare nuovamente all’apice, come solo i vincenti, quelli veri, sanno fare.

 

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