Il Team USA dei record

Gente molto più competente di me ha definito questo Team USA come la nazionale a stelle e strisce più scarsa di sempre.

Tra di loro, ben 8 giocatori erano alla prima esperienza FIBA in carriera, ed i “veterani” (Harden, Rose, Davis, Curry) nelle spedizioni precedenti erano stati giocatori complemento (eccetto Rose), indi per cui dubitare di questa squadra, almeno in teoria, appariva lecito. Considerando poi che i pezzi grossi erano rimasti a casa, che in Spagna erano stata mandata una squadra di riserve e che i padroni di casa Iberici erano considerati il “Dream Team” del vecchio continente, l’oro mondiale conquistato contro i serbi assume i contorni dell’impresa storica.

Non lo dico io, lo dicono i numeri.

Con 24 anni di media, Team USA è stata la nazionale più giovane del mondiale e la seconda selezione USA più giovane da quando le competizioni internazionali di basket furono aperte ai giocatori NBA dopo il 1992, battuta solamente da quella squadra che a Atene ’04 si macchiò di onta e vergogna (che annovera tra le sue fila il 19enne James, il 20enne Melo e il 21enne Wade).

Questa squadra ha vinto 9 incontri con uno scarto medio di 33 punti, il più alto per una selezione USA dai Mondiali del 1994 a Toronto in cui scese in campo il Dream Team II, che vinse 8 partite con uno scarto medio di 34,37 punti.

2014 World Cup Finals - Serbia v USA

Ok, il livello tecnico di questi mondiali spagnoli non è stato altissimo, ci sono state tante defezioni importanti che hanno annacquato il talento delle varie nazionali, ma sono numeri pesanti per una squadra che alla vigilia del torneo aveva tanti punti di domanda, poche certezze e per la prima volta da 22 anni partiva senza i favori dei pronostici.

Coach Mike Krzyzewski per tutta la fase di preparazione ai Mondiali ha sempre tenuto un profilo basso, a maggior ragione dopo le rinunce di Kevin Durant e l’infortunio di Paul George, che hanno costretto lo staff tecnico a rivedere interamente la strategia di gioco da adottare. Coach K ha dovuto cambiare in corsa – e a poche settimane dell’inizio dei mondiali – assetto e struttura della squadra rinunciando ad esempio a un tiratore d’elite come Kyle Korver, per avere più centimetri e chili sotto canestro in vista di un ipotetico scontro con la Spagna.

Ha mescolato splendidamente le carte in tavolta, affidando la squadra in mano a James Harden e Kyrie Irving, disegnando la difesa attorno a Anthony Davis, trovando in Kenneth Faried la più bella sorpresa del torneo e in Klay Thompson il giocatore tatticamente più prezioso per cambiare gli equilibri in campo.

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Le precedenti versioni di Team USA erano squadre atipiche, che giocavano con un solo lungo di ruolo e 4 giocatori perimetrali che per taglia fisica, atletismo e tonnellaggio prevalevano sistematicamente sui pariruolo avversari, talvolta rinunciando anche all’unico lungo per giocare con LeBron James o Carmelo Anthony da finti centri. Questa versione degli Stati Uniti ha invece schierato prevalentemente 2 lunghi veri in campo assieme, riservandosi di utilizzare Rudy Gay come 4 tattico.

La vera bravura di coach K è stata quella di creare un gruppo che nel corso delle partite oltre ad aver trovato fiducia nei propri mezzi, ha sempre remato nella solita direzione, senza primedonne, senza stelle che potevano oscurare gli altri, ma trovando in ogni singolo giocatore, nei minuti che stava in campo, abnegazione continua e spirito di sacrificio.

Questo è stato un oro conquistato versando sudore in allenamento, plasmando un gruppo che era affamato di successo e che ha eseguito alla perfezione ogni istruzione del coach, quasi come un team collegiale. Neppure il “Redeem Team” di Pechino è stato così affamato di successi, così coeso e così concentrato per 40 minuti ogni singola partita.

Diversamente dalle altre versioni di Team USA, questa è stata per combinazione, potenziale, capacità tecniche individuali, fisicità, complementarità dei giocatori e recettività degli stessi, la miglior “squadra” messa in piedi da quando nel 2006 si decise di fare sul serio e non mandare alle competizioni FIBA gruppi di All Star con la puzza sotto al naso, che nemmeno conoscevano il nome dei propri avversari.

Ogni partita è stata preparata da coach K e dagli assistenti con la meticolosità di una partita chiave di Playoff. In finale ad esempio, quando Teodosic aveva palla in mano, Thibodeau da bordo campo era una furia nel correggere la posizione difensiva dei suoi per mandare il play serbo sulla mano sinistra, la sua mano debole, e forzare una palla persa.

Sono passati solo 8 anni dai mondiali del 2006 in Giappone, ma sembrano un’eternità da quando, dopo la sconfitta in semifinale contro la Grecia, coach K alla stampa si riferiva a Theo Papaloukas – che con i suoi pick & roll centrali aveva messo in ginocchio gli Stati Uniti di Wade, James, Melo, Bosh, Howard e Paul – dicendo che “il numero 4 dei greci ci ha ucciso stasera”.

Gli Stati Uniti in questi mondiali non hanno solo dimostrato di essere i più forti. Hanno dimostrato a fatti, e non a parole, che sono in grado di giocare il miglior basket del mondo. Che non sono solo dei mostri dal punto di vista fisico e atletico come i puristi, per denigrarli, li definiscono, ma che anche tecnicamente sono inarrivabili. Per ogni salto di Kenneth Faried o stoppata siderale di Anthony Davis, c’erano un Klay Thompson o un Kyrie Irving che incantavano le platee di tutto il mondo con quella pulizia tecnica e quel tiro mortifero. E chissenefrega se Harden ha spesso omesso di difendere, Derrick Rose è parso spesso un corpo estraneo e se Cousins ogni tanto perdeva il lume della ragione.

Il loro è stato un basket veramente elementare, fatto di transizione, gioco in velocità, divisione delle responsabilità, controllo dei tabelloni e intensità costante per tutto l’arco della partita, sia che fossero a contatti con gli avversari che sul +40. Ovvero le basi del gioco. Con quella combinazione di talento, tecnica, atletismo, aggressività e quel ritmo costante, nessuna squadra è riuscita a stare in partita per più di 25 minuti come hanno fatto i turchi di Ataman nella fase a gironi. Ti spingevano ad andare su di giri, commettere errori, perdere lucidità, scoprire un fianco e con un cinismo incredibile piazzavano parziali di 20-0 nel giro di pochi minuti, con una gragnola di triple o portandosi a casa il ferro.

L’unica cosa che è mancata, e non per demeriti americani, è stata la sfida tra USA e Spagna. Era la finale più attesa e il vero banco di prova per questa squadra, che sul tragitto per l’oro non ha trovato nessun avversario in grado realmente di contrastarla. La front-line spagnola faceva paura, ma considerando la crescita esponenziale di Faried e di Cousins, oltre all’illegalità di un Anthony Davis che non ha mai realmente messo le marce alte in tutto il torneo, forse non così tanto da farli capitolare.

Deludendo le schiere di puristi del gioco e addetti ai lavori che professano la superiorità e la cultura cestistica del vecchio continente, questa potrebbe non essere stata la nazionale americana più forte di sempre, ma sicuramente è stata quella che ha giocato più di squadra e con più umiltà di tutte l’edizioni di Team USA dal 92 ad oggi.

Ah, l’Oceano forse non è mai stato così largo come oggi.

 

 

 

 

 

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