I San Antonio Spurs sono inimitabili.

Poco prima di gara 1 delle ultime Finals dominate dai San Antonio Spurs sui Miami Heat, alle porte d’ingresso della città del Texas campeggiava un cartello con su scritto “Built vs Bought” ad accogliere le auto che entravano , un chiaro riferimento allo scontro ideologico tra le due squadre: da un parte gli Spurs, costruiti dalla lungimiranza del front office principalmente tramite il draft, e dall’altra gli Heat, assemblati da Pat Riley grazie alla free agency che nel 2010 ha portato LeBron James e Chris Bosh.

Il quintetto titolare campione del mondo in carica è attulamente composto per 4/5° da giocatori scelti al draft: Tony Parker (28th del 2001), Kawhi Leonard (15th del 2011), Tim Duncan (1th del 1996) e Thiago Splitter (28th del 2007). Unica eccezione Danny Green, scelto dai Cavs ma raccolto dal marciapiede quando nessuno lo voleva, un po’ come è successo con i vari Boris Diaw e Patty Mills, altri due rinnegati che a San Antonio hanno trovato il paradiso. Poi ci sarebbe quell’argentino da Bahia Blanca, snobbato da 56 squadre la notte del draft del 1999 per poi diventare il sesto uomo più forte e decisivo, se non della storia del gioco almeno di quella recente.

La NBA è sempre stata una lega incentrata sui giocatori, specialmente nei grandi mercati pubblicitari come Chicago, New York e Los Angeles. Ma con il successo del modello Spurs negli ultimi 5/6 anni la tendenza è stata quella di elevare il management e il coaching staff a un livello più alto. La solidità del Front Office è oggi la base per ogni squadra vincente, specialmente nei piccoli mercati dove la gestione delle risorse finanziare e il poco appeal verso i free agent di lusso ha portato le franchigie NBA a sperimentare modi più creativi per sopravvivere e proliferare, senza svenarsi in modo eccessivo.

Oggi sono 6 le squadre che hanno attinto dal Front Office o lo staff tecnico degli Spurs per rilanciare i propri programmi. I primi a emulare gli Spurs furono i Cleveland Cavaliers che nominarono Danny Ferry, braccio destro di RC Buford, come General Manager nel 2005. La sua prima mossa fu la nomina di Mike Brown, allora assistente di Popovich, a Head Coach di un giovane LeBron James. Il caso più famoso è senza dubbio quello degli Oklahoma City Thunder che nel 2007 prelevarono Sam Presti, l’allievo prediletto di Buford, da tutti accreditato come la mente dietro la scelta di Tony Parker nel 2001. A sua volta Sam Presti ha fatto scuola, perchè gli Orlando Magic nel 2011 ingaggiarono il suo braccio destro, Rob Hennigan come General Manager, mossa che portò i Magic a incrociare nuovamente il sentiero degli Spurs con la nomina a Head Coach di Jacques Vaughn, pretoriano di coach Popovich da giocatore e poi da assistente. Lo scorso anno i Philadelphia Sixers e gli Atlanta Hawks (fino a pochi mesi fa diretti da Danny Ferry, tra l’altro) hanno voluto aderire al “Franchise” Spurs ingaggiando, rispettivamente, l’architetto e l’ingegenere dell’attacco scintillante di coach Popovich, ovvero rispettivamente Brett Brown e Mike Budenholzer. Concludono il cerchio Monty Williams, coach dei Pelicans e Dennis Lindsey, GM dei Jazz, che qualche in estate ha nominato Head Coach Quin Snyder, lo scorso anno assistente di Budenholzer agli Hawks e amico intimo di Ettore Messina, quell’Ettore Messina che è entrato nella grande famiglia degli Spurs.

Replicare il sistema Spurs è garanzia di crescita societaria e con la giusta dose di pazienza, anche di incremento dei risultati sportivi, ma per quanto siano di ispirazione per molte franchigie, gli Spurs sono inimitabili.

Combinare gli elementi che li hanno resi il modello dirigenziale più funzionale della NBA moderna ha richiesto competenza, unioni d’intenti, le condizioni favorevoli e una buona dose di fortuna. Fondamentalmente gli Spurs sono tali perchè sono stati e sono tuttora all’avanguardia sotto alcuni aspetti.

Player Development

Difficilmente gli Spurs acquistano sul mercato un giocatore pronto, a meno che non sia un gregario o uno specialista per coprire un ben definito need. Loro i giocatori se li creano in casa, sviluppandone le potenzialità ed intravedendone altre che sono sfuggite agli occhi di chi li ha frettolosamente accantonati. Prendete i casi di Richard Jefferson e Danny Green. Il primo è arrivato agli Spurs ricoperto d’oro per fare fare il salto di qualità dopo aver disputato 2 Finali NBA con i Nets ed essere considerato una delle ali piccoli più interessanti del panorama NBA, fallendo clamorosamente. Il secondo è arrivato dopo essere stato scartato della NBA, passato per la Slovenia, scartato nuovamente dalla NBA e pescato dalla D-League, salvo essere il quasi-MVP delle Finali del 2013 perse in modo rocambolesco. Tra l’altro sono stata una delle prime franchigie NBA a strizzare l’occhio alla D-League intravedendo la possibilità di fondare una società satellite, gli Austin Toros, gestita con gli stessi principi tecnici professati da coach Popovich.

Scouting

Gli Spurs sono, da ormai 20 anni, titolari della più diffusa e capillare rete di scout che copre 5 continenti. Loro non cercano solo il talento. Loro cercano il talento, i margini di crescita e la predisposizione di un prospetto per integrarsi nel loro sistema di gioco, tudiandone lo sviluppo fisico, tecnico e soprattutto mentale. Da una 15ina d’anni scelgono a fine primo giro, e quando sta a loro scegliere, sorprendono sempre tutti con un giocatore semi-sconosciuto o ignoto ai più che poi inseriscono gradualmente nel loro impianto, colmandone le lacune e sviluppandone il potenziale intravisto. Certo, anche loro hanno compiuto qualche passo falso, ma solitamente quando prendono un giocatore raramente cannano la scelta.

Scegliere i giocatori giusti, non necessariamente quelli più forti

Gli Spurs sono stati benedetti dalla sorte 17 anni fa, vincendo la lottery e accarappandosi uno dei più forti giocatori di ogni tempo come Tim Duncan, ma non hanno sprecato nessuna occasione di circondarlo dei giocatori giusti. Tony Parker, Manu Ginobili e Kawai Leonard sono stati tra i furti più clamorosi nella storia del draft, ma non dimentichiamoci dei vari Diaw, Green, Belinelli di oggi e dei Malik Rose, Jaren Jackson, Avery Johnson, Bruce Bowen e Fabricio Oberto, tutta gente che ha girato mezzo mondo prima di trovare la definitiva consacrazione all’ombra di Fort Alamo.

Il coaching staff

Due menti geniali sono meglio di una

Pensate a quello che erano gli Spurs a inizio millennio e quello che sono oggi. Hanno cambiato strutturazione, stile di gioco, interpreti, maccanismi e dinamiche senza cambiare allenatore, senza avvicendamenti di stelle e giocatori chiave. Si sono rinnovati senza mai ricostruire. Il merito è senz’altro di Coach Popovich e della sua schiera di discepoli che oggi siede e domani siederà su una panchine NBA. Il primo Popovich era un coach rigido e intransigente. Il Popovich di oggi è un coach molto più rilassato che da libertà ai suoi giocatori a patto che eseguano nel variegato spartito tattico che gli offre. Nessun coach nella storia della lega è stato così longevo e capace di tramutare il proprio gioco senza venirsi definito bollito o obsoleto. Il segreto? Apertura mentale e circondarsi di assistenti capaci. Sembra una banalità, ma non sempre è così. I coach NBA tendenzialmente scelgono i loro staff senza riempirli di personalità ingombranti che poi un giorno possono soffiargli il lavoro. Popovich si è invece circondato delle più geniali menti del gioco per attingere il loro sapere e lasciarli andare altrove quando i tempi erano maturi, rinnovando il suo staff con altre menti brillanti.

 

Quei Big Three

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Mettere assieme tre stelle è una cosa abbastanza comune nella NBA. Lo fecero Celtics e Lakers negli anni 80, lo hanno fatto i Bulls del secondo threepeat e i Rockets di fine anni 90, lo hanno fatto i Celtics e i Lakers poco più di un lustro fa, lo hanno fatto gli Heat vincendo 2 anelli e disputando 4 Finals consecutive, lo hanno fatto Nets e ancora una volta i Lakers salvo fallire clamorosamente. Cosa accomuna tutte queste squadre? Dopo il ciclo che li ha portati alle vette della NBA per un motivo o per un altro i Big Three si sono sciolti e hanno dovuto reinventarsi, ricostruire, ripartire dal basso, ripogrammare e passare diversi anni nell’anonimato prima di riemergere. Gli Spurs sono andati oltre, perchè nessun triumvirato è stato tanto coeso e tanto longevo come il loro. E’ infatti dal 2001 che Duncan, Parker e Ginobili vestono la casacca nero-argento e nessun altro trio nella storia della lega ha vinto più partite di loro. Non ci sono mai state fratture, non sono mai stati messi in dubbio e hanno sempre agito per il bene il comune della squadra, tagliandosi persino lo stipendio per non compromettere il loro percorso assieme. D’altronde Tim Duncan in questo senso è sinonimo di sicurezza: è probabilmente la Power Forward più determinante della storia della lega ma ha saputo progressivamente farsi da parte e lasciare il proscenio a Tony Parker e a Manu Ginobili, senza dover ribadire la sua leadership tecnica a suon di 20 tiri a partita. Il francese e l’argentino di contro hanno saputo disciplinarsi a un livello tale che ha portato gli Spurs ad essere la macchina da basket più vicina alla perfezione della storia del gioco. Ed ora, nell’ultimo capitolo della loro storia sono stati ancora più furbi, facendo spazio a Kawai Leonard, che in punta di piedi ed in silenzio è diventato a tutti gli effetti il 4° Big dei neroargento.

Arrivare a un tale livello di perfezione ha richiesto anni di sacrifici e pazienza, passando attraverso gioie e dolori, delusioni e fallimenti, senza mai perdere di vista l’obbiettivo, anche quando il buon senso imponeva di cambiare rotta.

Ecco perchè nessuno potrà mai avvicinarsi al livello dei San Antonio Spurs.

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