Johnny Edward Branch

In un’ipotetica classifica che tiene conto dell’affetto che nutro verso i giocatori transitati a Montecatini, che ho visto dal vivo, e che mi hanno appassionato, Johnny Branch è uno che entra senza mezze misure nella top ten, appena dietro Mario Boni, Andrea Niccolai, Michael Williams, German Scarone, Aaron Swinson, Ken Barlow e Manuel Vanuzzo.

Giocò a Montecatini un solo anno, arrivò che era un perfetto sconosciuto e l’anno successivo, dopo averci quasi portato in serie A1, spiccò il volo verso il Panathinaikos di Atene.

Johnny Edward Branch nacque un freddo pomeriggio d’inverno (esattamente il 17 febbraio, come MJ) del 1968 a Harvey una minuscola cittadina rurale vicino a Chicago che ebbe il suo unico momento di notorietà nel 1981 quando vi fu girata la sequenza dell’inseguimento in macchina nel centro commerciale del film “Blues Brothers”.

In una città inspirata ai valori cristiani che offriva pochi svaghi, il giovane Branch si dilettava con successo nel Football Americano e nel Basket. Frequentò con successo la Crete-Monee and Thornton High Schools, a pochi passi da casa, e si distinse per le oltre 1.000 yard guadagnate come running back della squadra di Football ricevendo le attenzioni di illustri programmi collegiali come Iowa, Illinois e Ohio State.

Ma la sua passione era la palla a spicchi e con i “Warriors” raggiunse la semifinale statale nel 1986 giocando da sesto uomo con licenza di cambiare il ritmo delle partite in uscita dalla panchina. Senza ricevere alcuna borsa di studio giocò una stagione in uno Junior College dell’Arizona per mettere a posto i voti prima di trovare posto a Greenville, un piccolo college di Division III appartenente al circuito NAIA, nel sud dell’Illinois.

Con Greenville rimase 3 stagioni vincendo per tre volte il titolo di MVP della conference e portando al successo nazionale la squadra nell’anno da senior, il 1991, in cui si laureò in “Business Management”.

Il suo sogno era giocare in NBA, provò a partecipare a qualche camp, ma visti gli appena 183 cm e il pedigree non certo prestigioso nessuno gli offrì un contratto quindi decise di varcare l’oceano per costruirsi una carriera come giocatore di basket professionista.

Fu il Seixal, squadra portoghese di seconda divisione, a dargli una chance, e Johnny Branch la colse al volo rimanendo in terra lusitana per 3 stagioni e mezzo in cui portò il club in serie A a suon di canestri (22 punti di media) e assist (oltre i 5 a partita). Il campionato portoghese iniziava a stargli stretto e nel 1996 con l’apertura ai cosidetti “Bosman”, in virtù della naturalizzazione ottenuta e su imbeccata del suo agente Jim Grandholm arrivò alla CHC Hotels Montecatini Terme. I retroscena del suo arrivo alle terme li ha raccontati Andrea Luchi su Facebook qualche giorno fa.

Johnny Branch, il folletto rossoblù – Lo scovammo nell’estate del 1996 nella Lega portoghese, semi sconosciuto. Allora, le informazioni andavano ad una velocità molto diversa da quella attuale. Venne in prova a giugno in un’amichevole a Livorno con un pre-contratto. E la sera stessa lo firmammo per 30.000 dollari, forse meno. Aveva un passaporto portoghese, fu il primo “bosman” nella storia del Montecatini Sporting Club. Giocò con coach Stefano Tommei un girone d’andata clamoroso. E, assieme a Michael Williams, Nando Labella e Ken Barlow (arrivati dopo), Pippo Cattabiani e ai giovanissimi Gabriele Niccolai, Gianluca Ragionieri, Luca Rotelli e Cesare Amabili, ci portò nella finale playoff per andare in A1, persa con la Koncret Rimini di Piero Bucchi, German Scarone, Alex Righetti, Joseph Wylie, Derrick Chandler. L’anno dopo, firmò al Panathinaikos, uno dei club più potenti d’Europa, a circa 300.000 dollari, 10 volte tanto. Mancino, tiro mortifero dalla distanza, imprendibile in campo aperto, poteva giocare play o guardia. E’ stato con i rossoblù un solo anno ma ha lasciato un bellissimo ricordo.

Con i rossoblù disputò una stagione favolosa, chiusa a quasi 16 punti e 2 recuperi di media tirando il 54% dal campo e formando con Michael Williams e Ken Barlow un trio delle meraviglie in una squadra partita senza grosse ambizioni, nata dalle ceneri della Panapesca che aveva portato il grande basket in scena a Montecatini. Divenne da subito uno dei beniamini dei tifosi a suon di triple e zingarate in area che facevano da contraltare alle prestazione balistiche di Williams ed alla classe in post basso di Barlow. Il 2 marzo contro Fabriano, nella 4° giornata di fase a orologio piazzò il suo season high di 27 punti con 7/10 da tre trascinando Montecatini ad un importante vittoria che aprì una serie di 8 successi consecutivi con cui i termali presero fiducia per la magnifica cavalcata fino alla finale dei playoff per la serie A1.

Giocò talmente bene da diventare l’oggetto del desiderio di 4/5 squadre di serie A, tra cui Milano e la Fortitudo Bologna, ma a sorpresa fu il Panathinaikos, al tempo la più ricca e di gran lunga più talentuosa squadra d’Europa, a strapparlo alla concorrenza. L’anno prima il Pana conquistò il suo primo trofeo europeo alzando al cielo l’Eurolega con un Dominique Wilkins MVP delle Final Four di Parigi. Nella stagione 1997/1998 giocò ad Atene assieme a Byron Scott, di cui era l’autista o lo sparring partner in allenamento, Dino Radja, Fragiskos Alvertis e un giovanissimo Antonis Fotsis, vinse il campionato greco, titolo che mancava da oltre 15 anni, ma il Pana non riuscì a ripertersi in Europa.

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Venne catapultato in un’altra dimensione. In Portogallo giocava in palestre da 2500 persone che raramente avevano un fondo di parquet ed adesso si ritrovava a far parte dell’elite del basket europeo, giocando ogni sera davanti a arene ricolme di spettatori più o meno molesti. Il suo era un ruolo da comprimario, erano l’ultimo esterno della rotazione ed il suo compito era difendere come se non importasse altro su un campo da basket, passare il pallone a Scott e segnare quei pochi palloni che riceveva indietro dall’ex stella dei Los Angeles Lakers.

Finita la stagione e riempito il proprio curriculum con il prestigio del massimo trofeo continentale, tornò in Italia, giocò tutta la preseason e qualche partita di Coppa Italia con Treviso che poi gli preferì Tomas Jofresa e finì per vestire la maglia della Zara Fabriano in serie A2. Chiuse la seconda esperienza italiana segnando quasi 11 punti di media in 32 minuti di utilizzo medio.

A fine stagione non venne confermato, e senza ricevere proposte interessanti in Italia decise di portare il suo palleggio arresto e tiro e il suo proverbiale ball handling in Spagna, prima a Granada poi a Rosalia, sempre in LEB, chiudendo a quasi 10 punti di media in entrambe le squadre. Continuò la sua carriera da nomade dei parquet giocando in Repubblica Dominiciana, in Sud America ed ancora in Portogallo, all’Acores, prima di tornare per la terza volta in Italia, nel 2003, chiamato dal Progresso Castelmaggiore in Legadue con cui disputò le ultime 10 partite di stagione.

L’anno successivo venne chiamato dalla Lottomatica Roma in serie A scendendo in campo 11 volte con medie di 2,1 punti in meno di 7 minuti di utilizzo medio. Tornò a calcare i parquet dell’Eurolega, e segnò tutti i suoi 13 punti in Europa in una sola gara, il 19 febbraio 2004 in una pesante sconfitta, 91-71, contro il Pau Orthez.

A 36 anni e senza più l’esplosività dei bei tempi, che lo portava sovente a piazzare inaspettate dunk sopra le teste dei malcapitati difensori che si trovavano lungo il suo cammino, decise di appendere le scarpe al chiodo, tornare in America e sparire dai radar.

Chissà ora dov’è e cosa starà facendo quel giocatore che nel 1996 mi faceva saltare in piedi ad ogni tripla ignorante messa a segno in una delle squadre montecatinesi che ho avuto più a cuore!!

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