La Triple Post Offense nel basket di oggi è obsoleta?

Phil Jackson è considerato il più grande allenatore della storia del gioco e dal 1990 al 2010 le sue squadre hanno vinto 11 dei 20 campionati che si sono stati disputati. Nella sua carriera da capo allenatore NBA ha usato esclusivamente i precetti della Triple Post Offense per dare un’identità alle proprie squadre, valorizzare il talento superlativo delle sue stelle e quello dei gregari.

La Triple Post Offense spesso abbreviata in “TPO”, chiamata anche “Sideline Triangle”, “Attacco Triangolo” e più amichevolmente “Triangolo” è l’attacco delle pari opportunità, in cui tutti i giocatori in campo sono esecutori della manovra e potenziali finalizzatori. E’ un sistema di gioco inventato negli anni 40 che Tex Winter ha ripreso in mano e affinato durante la sua esperienza da capo allenatore in NCAA a Kansas State negli anni 60. Fu lui a sviluppare la didattica e la metodologia di insegnamento dello strumento capace di definire a livello di X&O i valori della filosofia “Zen” tanto cara a coach Jackson, ossessionato dall’idea di trovare il sistema di gioco perfetto in cui l’egoismo doveva lasciare il passo all’umiltà e l’armonia.

La Triple Post Offense ha permesso a Michael Jordan, Kobe Bryant e Shaquille O’Neal di toccare l’apice del proprio gioco e di espandere la propria legacy ai posteri.

La storia la sapete tutti: Phil Jackson prima di diventare assistente dei Bulls nemmeno sapeva dell’esistenza della TPO e la apprese dal suo collega Tex Winter. Quando divenne Head Coach, tenne stretto a se Winter e convinse un giovane e focoso Michael Jordan, un macchina da canestri che però estrometteva i suoi compagni, ad accettare l’idea di un attacco fondato sulla circolazione di palla. All’inizio MJ fu riluttante perchè non riteneva i suoi compagni all’altezza, ma dopo aver dato fiducia all’unico uomo che seppe metterlo di fronte ai propri limiti, capì che la TPO non solo gli permetteva di mietere 30/40/50 a volte anche 60 punti a piacimento, ma dette a quei Bulls un’identità di squadra, la base sulla quale costruirono i 2 three-peat. Quando passò ai Lakers Jackson utilizzò lo stesso strumento per far convivere il talento e la personalità di Shaq e Kobe, e renderli invincibili finchè avessero cooperato.

Sostanzialmente si tratta di disporre i giocatori in campo a formare una serie di triangoli immaginari definiti tramite spaziature rigorose tra i giocatori, utilizzando il post basso e il “top of the key” come centro nevralgico dell’azione. Tex Winter quando parla della sua creatura non la definisce uno schema di gioco, piuttosto un “metodo” che si basa sul talento dei giocatori, sulle spaziature, sulle letture e sul timing dell’esecuzione. A seconda del movimento della difesa si dipana l’attacco e Phil Jackson una volta ha stimato che solo per ribaltare il lato esistono circa 35 combinazioni di movimenti possibili.

Court

In linea del tutto teorica è:

  • Un sistema universale, che può essere attuato fin della prime fasi dell’azione offensiva in regime di transizione, che a difesa schierata, sul lato forte e sul lato debole.
  • Un sistema equilibrato, perchè offre copertura a rimbalzo ma anche bilanciamento difensivo.
  • Un sistema imprevedibile, perchè il giocatore che ha palla in mano è costantemente in posizione di tripla minaccia, ovvero può tirare, passare la palla a tutti gli altri 4 compagni di squadra o attaccare il ferro, da uno qualsiasi degli “spot” occupabili senza dare riferimenti alla difesa.
  • Un sistema flessibile, perchè crea opportunità per i tiratori, per i penetratori, per i lunghi e per i piccoli, indistintamente.
  • Un sistema aperto, al cui interno possono essere inseriti tagli, situazioni di pick & roll centrali o laterali, blocchi lontano dalla palla o per isolare un giocatore in post basso.

Una regola non scritta è quella di redistribuire i compiti di regia tra tutti i giocatori e non affidarsi a un unico playmaker che possa dare punti di riferimenti alla difesa, quindi per far funzionare l’attacco triangolo è necessario avere giocatori “universali” dall’alto QI cestistico in grado di leggere il gioco in modo rapido ed efficace oltre a saper occupare tutti e 5 gli “spot” sul campo. Secondo i dettami di Winter il giocatore con la palla in mano deve prendere una decisione (passare, tirare, penetrare) entro 3 secondi da quando riceve. Ogni secondo risparmiato è un vantaggio per l’attacco, ogni secondo extra, è un vantaggio per la difesa. Comporta un vero e proprio “reset mentale” delle abitudini dei giocatori, la cui capacità di leggere e reagire deve essere immediata e costruttiva.

Un altro requisito importante richiesto è la padronanza dei fondamentali di passaggio. Saper dare la palla al giocatore giusto, al momento giusto e con gli angoli giusti è la cosa più indispensabile per far funzionare la triangolo.

Possiamo definirlo come uno dei primi approcci al cosiddetto “flow offense” – di cui la filosofia “read-and-react” che oggi spopola nella lega è un evoluzione – ed i suoi principi sono ricorrenti nei playbook NBA.

Non lo dice mai nessuno, ma per avere successo con la TPO è necessario avere talento, tanto talento, perchè con tutta la buona volontà del mondo, è un attacco che non produce canestri con la mera esecuzione come può fare la Princeton Offense, ma permette di liberare il talento creativo dei suoi interpreti nell’1 vs 1. Senza avere stelle che ne sfruttano il potenziale e ne sposano i concetti è solo un complesso puzzle di movimenti e letture.

Scottie Pippen e Lamar Odom ricoprivano ogni spot, erano passatori sublimi, playmaker occulti di che nemmeno necessitavano di avere la palla in mano per avviare l’attacco e alla bisogna potevano diventare terminali offensivi di riferimento. Ma avevano un talento pazzesco, che l’attacco a triangolo ha semplicemente amplificato. Giocatori di un intelligenza cestistica sopraffina, come Dennis Rodman, Robert Horry, Ron Harper, Derek Fisher, Rick Fox, Toni Kukoc, sono stati indispensabili per creare quell’alone mistico che si celava dietro l’esecuzione della TPO.

Quei pochi pionieri che hanno provato ad adottare l’attacco triangolo in tutto e per tutto, senza le condizioni di cui sopra, hanno sempre sbattuto la testa contro un muro: in Italia ci ha provato Giampiero Ticchi (il più grande esperto e sostenitore nostrano della TPO) raccogliendo scarso successo e molti esoneri. Dopo il secondo three-peat dei Bulls e appena dopo il three-peat dei Lakers i Mavericks e i Timberwolves cercarono di sdoganarla su vasta scala nominando rispettivamente Jim Cleamons e Kut Rambis, allievi di Jackson, in qualità di Head Coach. Implementarono l’attacco triangolo nei rispettivi team ma i risultati furono tragici. Cleamons durò a Dallas una stagione e 16 partite (26-60 il record) tra il 1996 e il 1998, Rambis due anni (32-132). A chi gli ha chiesto il motivo di tali fallimenti, il duo Jackson/Winter ha risposto, quasi provocatoriamente, che la colpa è stata dei Front Office che non hanno avuto la pazienza e l’apertura mentale necessaria a far funzionare le cose.

Quando Phil Jackson è diventato Deus Ex Machina dei Knicks ha deciso di cambiare la cultura della franchigia reintroducendo l’attacco triangolo per mezzo del suo fidato pretoriano Derek Fisher.

Il piano partita dei Knicks e gli schemi da usare.

Ha messo in preventivo che occorreranno anni per avere i primi riscontri positivi e sta usando tutto il suo carisma per placare le inesorabili (e prevedibili) critiche che sono state rivolte al neo coach ed al sistema di gioco. I Knicks usano sostanzialmente una versione meccanica della TPO: Set base, movimenti predefiniti, letture scolastiche e dopo il primo ribaltamento entrano nel panico comportando la deriva dell’attacco. Questo li porta a usare molti passaggi e attaccare poco e male il ferro (che per Winter è invece un punto essenziale), rifugiarsi troppo spesso in soluzioni dal midrange e sviluppare un “pace” molto basso volto a favorire i poco graditi “Volume shooter” ed a escludere quei giocatori che nel basket odierno sono essenziali: gli “Slasher” che creano dal palleggio ed “3&D” e gli “Strecth Four” che allargano il campo.

Ok, il roster è il peggiore della lega, su questo non ci piove, ci sono alcuni giocatori chiaramente incompatibili con il sistema (Calderon, Acy, Larkin), altri faticano a trovare la loro dimensione (Hardaway Jr) mentre pochi e marginali elementi sembrano trovarsi a proprio agio (Bargnani, Wear, Thomas).

Ma la direzione in cui si sta evolvendo la pallacanestro NBA ha reso la Triangolo un sistema di gioco non al passo con i tempi. Si chiama progresso e nel corso della storia del gioco si è verificato numerose volte: negli anni 70 alle guardie non era permesso di avvicinarsi alla riga di fondo che era territorio esclusivo delle ali, negli anni anni 80 ai giocatori di front line era vietato uscire oltre l’arco dei tre punti. Sul finire degli anni 90 la TPO ha rivoluzionato a livello culturale la NBA introducendo concetti come il dinamismo, la fluidità e l’intercambiabilità dei ruoli che nel corso del tempo si sono ulteriormente evoluti in qualcosa che questo tipo di attacco non riesce più a gestire.

Jackson nel 2011 disse che “il gioco sta evolvendo in un tiro a segno da tre punti di stampo europeo. Non si può vincere in NBA giocando lo stile di gioco dei Phoenix Suns che tutti stanno emulando. Il post basso rimane la chiave per avere successo.”

In realtà, come ben sa coach Jackson, il sistema di gioco conta fino a un certo punto: i Bulls ed i Lakers hanno vinto 11 anelli combinati perchè erano le squadre più forti, mature, esperte e pronte, dotate dei migliori giocatori del momento. Nella storia della lega sono rari i casi in cui a vincere è stata la squadra con il miglior playbook o la migliore esecuzione dell’attacco. Nel corso dei decenni gli Utah Jazz, i Phoenix Suns, i Sacramento Kings, non hanno vinto nulla ma hanno giocato il miglior basket della loro epoca.

La filosofia di gioco va plasmata attorno al talento dei propri giocatori per metterli nelle giuste condizioni di rendere al massimo delle loro possibilità per incrementare le proprie chance di vittorie.

Steve Kerr in prima battuta era favorevole a implementare la TPO ai Warriors, ma quando si è reso conto di ciò che aveva per le mani si è orientato verso un’altro stile di gioco prendendo spunto dall’attacco “Uptempo” dei Suns di cui è stato GM nell’era Nash/D’Antoni.

Per oltre 25 anni la TPO è stata ritenuta lo standard qualitativo per antonomasia cavalcando la popolarità di Michael Jordan, dei Bulls prima, dei Los Angeles Lakers poi, due squadre (o dinastie) che resteranno per sempre uno degli esempi più inimitabili dello storia dello sport professionistico mondiale.

Riusciranno i Knicks, e Phil Jackson a riportare in auge l’attacco triangolo?

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