Chi negli anni ’90 possedeva un Super Nintendo ed era appassionato di NBA avrà sicuramente giocato a NBA Give n’ Go. Per me e Lorenzo Neri a.k.a. The Bro era il gioco definitivo e passavamo interi pomeriggi a giocarci nel garage di casa sua. Livello di competizione altissimo, chi perdeva di solito non faceva finire la partita, perchè colto dall’impeto e del nervosismo spegneva la consolle schiumando di rabbia. Nervosismo che aveva origini prima ancora della palla a due perchè c’era da scegliere la squadra e tutti e due infatti volevamo ad ogni costo utilizzare i Lakers per disporre dei servigi di Cedric Ceballos, ala dei Lakers, il giocatore più immarcabile del videogame.

Il gioco defintivo
Il gioco defintivo

Fu lì che nacque l’ammirazione e poi l’amore per Cedric Ceballos, ala piccola purissima capace di segnare valanghe di punti nei modi più impensabili, il padrone della riga di fondo, talento cristallino dalle movenze felpate. In una sola parola, il giocatore più funky degli anni 90.

Quando usciva in edicola American SuperBasket la prima cosa che facevo era controllare i tabellini per vedere quanti punti avevano segnato i miei eroi Harold Miner, Latrell Sprewell e Cedric Ceballos, fantasticando sulle azioni che li avevano portati a tirare in svitamento, battere il proprio uomo per affondare una bimane, oppure trovare il pertugio tra le mani dei difensori per appoggiare la vetro in modo estremamente plastico.

Ceballos deliziava le platee con il suo modo intenso di cercare il ferro, il suo fiuto per il canestro, il suo ardore agonistico forgiato sui campetti di Compton, la parte più cruenta di Los Angeles. Purtroppo è sempre stato sempre un eterno incompiuto, perchè era bellissimo da vedere, ma titolare dei 20 punti a partita più inutili della decade che aveva la tendenza a diventare dannoso quando la posta in palio era alta, una sorta di Rudy Gay ante litteram.

Fu scelto nel 1990 dai Phoenix Suns a fine secondo giro, qualche chiamata prima del nostro Stefano Rusconi (52° pick dei Cavaliers) nel draft che ha portato in NBA Derrick Coleman, Gary Payton, Kendall Gill, Dee Brown ed una folta nidiata di giocatori “generazionali” per noi nati nei primi anni 80.

Il suo biglietto da visita fu un bienno al Ventura Community College – la sua maglia numero 31 è appesa al soffitto dell’ateneo – per mettere a posto i voti e un biennio all’Università di Cal State Fullerton a 22 punti conditi da quasi 11 carambole di media in 58 gare seppur in una conference di secondo piano del college basket, subito dopo un quadrienno alla Manuel Dominguez High School di Compton trampolino di lancio di molti talenti angelini che venivano dai bassifondi quali Dennis Johnson, Tyson Chandler, Brandon Jennings e Tayshaun Prince.

Era un fanatico della NBA: divorava riviste leggendo quanto più poteva dei suoi idoli Magic Johnson e James Worthy. Era fisso al Forum di Inglewood a vedere la sua squadra del cuore, e sognava un giorno di scendere su quel campo acclamato dal pubblico. Una sera del suo secondo anno scorse Jerry West, al tempo GM dei Lakers, sugli spalti di una partita dei suoi Titans, chiese al suo coach John Sneed quale suo compagno di squadra avesse attirato la sua attenzione e quando il coach gli rispose che West era lì per lui si mise a piangere.

Nei suoi primi 2 ai Suns fu quasi uno spettatore: Coach Cotton Fitzsimmons lo faceva giocare con il contagocce, quasi 11 minuti di media, ma lui rispose segnando 8 punti di media da rookie e 7 punti di media da sophomore conquistando il nickname di “The Point-a-minute Man”. Durante il suo tempo in panchina studiava i suoi avversari per trovare loro una debolezza a cui fare appiglio quando veniva messo in campo.

Salì alla ribalta con la vittoria del Dunk Contest all’All Star Game di Orlando nel 1992, quello dell’addio al basket di Magic Johnson, in cui la sua schiacciata bendata divenne immortale con il nome di “Hocus-Pocus Jam” ed ancora oggi è considerata una della dunk più iconiche della storia della competizione.

Con l’esonero di coach Fitzsimmons e l’arrivo di Paul Westphal, nei successivi 2 anni ai Suns veniva utilizzato come variabile impazzita nell’attacco spumeggiante condotto dal duo Kevin Johnson e Charles Barkley. Erano dei Suns che correvano come da pazzi, giocavano a segnare un punto in più degli avversari e proponevano assetti tattici rivoluzionari per l’epoca con quintetti senza centri, oppure con 2 playmaker contemporaneamente in campo, o addirittura schierando 4 ali contemporaneamente,  Barkley/Dumas/Chambers e Ceballos.

i Suns stagione '92/93
i Suns stagione ’92/93

Nella stagione 92/93 quei Suns mandarono in doppia cifra di media ben 7 giocatori, ed erano un rebus per ogni squadra che doveva affrontarli. Ceballos quell’anno guidò la lega nella % di tiro da 2 punti con un sontuoso 57%, assieme a Brent Barry unici giocatori sotto i 200 cm nella storia della NBA a vincere la specialità solitamente appannaggio dei lunghi.

Trascinati dal miglior Charles Barkley di sempre, che aveva appena detronizzato Michael Jordan per l’MVP di stagione regolare, i Suns raggiunsero la Finale NBA con una serie di playoff più epica dell’altra composta complessivamente da 24 partite, una gara 5 del primo turno (quando era ancora al meglio delle 5 partite) decisa all’overtime contro i Lakers, una stupenda serie contro i San Antonio Spurs i cui highlights riecheggiano ancora a più di 20 anni di distanza e un’infuocata gara 7 di finale di conference contro i Sonics con 44+24 di Sir Charles.

A infrangere il sogno di quella squadra in missione, i Chicago Bulls di Jordan e Pippen, in una delle finali più vibranti di sempre nonostante il 4-2 finale che portò il 3° titolo consecutivo a MJ e soci. Ceballos quelle finali non le giocò per un infortunio rimediato sul finire di regular season che aggravò durante i playoff in cui fu disponibile a mezzo servizio.

Quei Suns erano la squadra più divertente della lega ma anche una bomba a orologeria pronta a esplodere da un momento all’altro. L’anno successivo, dopo il ritiro di MJ, i Suns si presentarono ai nastri di partenza come la favorita al titolo ma la stagione iniziò malissimo, con la squalifica di Richard Dumas per droga, ed uno spogliatoio bollente che i veterani AC Green, Dan Majerle e Danny Ainge riuscirono a tenere in precario equilibrio fino alle semifinali di conference contro i Rockets perse per 4-3 e completamente toppate da Barkley. Una bastonata da cui i Suns non riuscirono più a rialzarsi per quasi un decennio.

A Ceballos stava stretto un ruolo da comprimario, voleva più spazio nelle rotazioni ma i Suns non lo ritenevano così affidabile da dargli un ruolo di maggior risalto e venne spedito ai Lakers, dal suo estimatore Jerry West, in cambio di una prima scelta futura che l’anno dopo prese le sembianze di Michael Finley.

A casa sua, a Los Angeles, Ceballos visse il biennio più produttivo della sua carriera: per due anni fu il top scorer dei gialloviola, la prima opzione offensiva designata da coach Del Harris in un edizione dei Lakers interlocutoria che dopo i fasti degli anni 80 e con Magic Johnson ritirato da poco cercava di sopravvivere nella mediocrità ed aveva bisogno di un giocatore in grado di accendere la scintilla del pubblico del Forum.

Nella sua prima stagione a L.A. Ceballos venne persino convocato all’All Star Game di Minneapolis a cui però non potè partecipare per infortunio, per due volte vinse il premio di giocatore della settimana per la Western Conference e per la prima e unica volta in carriera fu nominato giocatore del mese, con un mese di dicembre condotto a 27 punti e 9 rimbalzi di media.

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L’anno successivo divenne il primo Laker dai 53 punti di Gail Goodrich datati 28 marzo 1975 a segnare 50 punti in una partita, messi a referto in faccia ai Minnesota Timberwolves il 20 dicembre del 1994, frutto di un immaginifico 21/31 al tiro complessivo mentre nel corso della stagione coronò il sogno di giocare con il suo idolo di gioventù Magic Johnson.

Un’altra annata spettacolare che gli valse il premio non ufficiale di “Comeback Player of The Year”.

Tutto lasciava presagire a un matrimonio destinato a durare nel tempo ma in estate i Lakers misero le mani su Shaquille O’Neal e spedirono Vlade Divac a Charlotte in cambio di Kobe Bryant ponendo così le basi per dominare la lega negli anni successivi.

Per Ceballos smettere i panni di stella per rivestire quelli del gregario fu un’onta, divenne un giocatore ingombrante che toglieva spazio a Eddie Jones e Kobe Bryant, e infatti dopo 2 mesi di regular season in cui toccò il campo per 8 volte, venne ceduto nuovamente ai Suns assieme e paccottiglia in cambio di Robert Horry e altra paccottiglia.

Nei successivi 4 anni venne scambiato altre 3 volte, vestendo le casacche di Dallas, Detroit e Miami, prima di uscire definitivamente dai radar NBA come ultimo taglio dei Denver Nuggets a pochi giorni dall’inizio del campionato ’01/02 chiudendo quasi in silenzio 609 partite, 8696 punti, 14.3 punti di media con il 50% in 11 anni di onorato servizio nella lega.

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Cedric Ceballos in una delle sue 25 partite giocate in maglia Mavs. Foto EPSON MFP image

Chiuso il capitolo NBA ha sbarcato il lunario per altri 10 anni girando le minors americane tra la ABA e l’allora neonata NBDL, gli Harlem Globe Trotters e il mondo, con apparizioni, diciamo pure camei, in Israele, Russia e Filippine, in cui è stato trattato quasi come una divinità.

In realtà il più grande talento di Ceballos non era il basket, ma la musica, forse il suo unico vero amore. Già a 12 anni si divincolava con successo tra i campetti di LA e la consolle da DJ.

Negli ambienti Hip Hop di fine anni ’80 a LA era conosciuto come DJ CED. Nel 1994 lavorò al suo primo album rap “B-Ball’s Best Kept Secret”, una compilation a cui parteciparono numerosi giocatori NBA tra cui Shaq, Dana Barros, Brian Shaq, Jason Kidd, Malik Sealy e JR Rider mentre nel 2000 vide la luce il suo album da solita “Nuff Ced” che oggi è praticamente introvabile.

Tra il 1996 e il 1998 è apparso in una decina di pellicole cinematografiche o serie TV, ad esempio impersonando se stesso in “Space Jam” con Michael Jordan ed in “Eddie con Whoopi Goldberg.

Finita la sua carriera da giocatore iniziò quella da “MC”: nel 2007 fu ingaggiato dai Phoenix Suns come mastro cerimoniere durante le partite casalinghe dei Suns in cui, microfono alla mano, intratteneva la folla nelle pause di gioco e durante l’intervallo con la sua straripante personalità. Quando venne presentato alla stampa disse: “Ho tirato tiri liberi che decidevano della partite dinanzi 30.000 persone, secondo voi ho qualche problema a tenere un microfono in mano?”

Cedric Ceballos MC alle partite casalinghe dei Suns
Cedric Ceballos MC alle partite casalinghe dei Suns

Sempre per i Suns, condusse il web show sul sito ufficiale della squadra “Nothin’ But the Net”, e negli ultimi 10 anni è stato conduttore di una dozzina di show radiofonici tra Phoenix, Los Angeles e Dallas.

Nel 2011 ha provato a tornare in campo nella ABA, prima come proprietario di minoranza dei Phoenix Scorpions, poi come allenatore e infine come giocatore.

Oggi con la sua associazione benefica “Hoop 2 Heal” offre supporto ai ragazzi delle famiglie più disagiate che vogliono fare sport ma sono vittime di infortuni che richiedono interventi chirurgici che non possono permettersi e gira per gli States a tenere discorsi motivazionali per grandi aziende, per raccolte fondi e per associazioni umanitarie.

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Il suo motto è “non puoi ricevere finchè non dai”.

 

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