Premetto che quando mi affacciai alla NBA nel 1994, appena dodicenne, Micheal Jordan aveva appena annunciato il suo primo ritiro per svernare, mazza e guantone, nei Birminghan Barons, in un periodo in cui la NBA era rimasta senza il suo re e nessuno aveva la capacità di ereditarne lo scettro. Ne sentivo parlare in continuazione, ma l’unico modo in cui riuscii a vederlo fu consumando la VHS di “Come Fly With Me”.

Al tempo non avevo minimamente idea di chi fossero Scottie Pippen, Charles Barkley e Hakeem Olajuwon. La prima cosa di NBA che vidi in vita mia fu la gara delle schiacciate dell’All Star Game disputato a Salt Lake City l’anno precedente. A darsi battaglia furono Mahmoud Abdul-Rauf, David Benoit, Tim Perry, Kenny Smith, Clarence Weatherspoon, il campione in carica Cedric Ceballos e lui, Harold David Miner.

Lo chiamavano “Baby Jordan”, e fu per me amore a prima vista. E il primo amore non si scorda mai, men che meno quando ti spezza il cuore, sportivamente parlando, come fatto dall’oggetto volante in maglia 32 nel corso della sua carriera NBA nonostante abbia avuto il “merito” di avermi reso un orgoglioso tifoso dei Miami Heat.

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Se nasci all’ombra del Forum di Inglewood – la casa dei Los Angeles Lakers fino al 2001 – non fai parte di nessuna gang e hai la testa sulle spalle, la palla a spicchi è uno sbocco naturale. Harold Miner la testa sulle spalle ce l’ha sempre avuta e a parte mandare in frantumi la finestra del patio di casa scaraventandoci contro l’amico fraterno Tommy Holland durante una delle tante “sessione” di Wrestling con cui solevano passare il pomeriggio da teenagers, non si è mai immischiato in cose più grandi lui. Il giovane Miner ha sempre preferito concentrarsi sul basket che gli veniva naturale.

A 18 anni, con un fisico già pronto per la NBA, dominava a livello liceale con un ultimo anno da 29 punti di media conditi da quasi 11 rimbalzi e oltre 3 recuperi a sera. In quella stagione ne scrisse 48 nel derby contro i rivali di Beverly Hills e la partita successiva ne appose altri 46 diventando l’oggetto del desiderio del basket collegiale. Venne invitato a partecipare al Dapper Dan Classic di Pittsburgh e al McDonald’s Classic e il suo nome era sui taccuini dei più prestigiosi atenei con Kansas, Notre Dame e UCLA a fare carte false per reclutarlo.

Scelse di rimanere vicino a casa, ma anzichè UCLA firmò la lettera d’intenti con i rivali della University of South California, lasciando tutti di stucco. USC ai tempi non era lontanamente un college di prima fascia – veniva da un triennio di 58 sconfitte in 72 incontri – ma garantiva al giovane Miner minuti e responsabilità fin da subito. Quando si presentò per la prima volta di fronte a coach George Raveling gli disse: “Voglio aiutarla a mettere USC sulla mappa college basket”.

Raveling rimase impressionato dall’etica e dal talento di Miner che in poco tempo divenne il leader della squadra: “Non era mai soddisfatto di come giocava. Lavorava duro per migliorare il suo gioco studiando i filmati delle partite e leggendo ogni cosa inerente la pallacanestro. Si vedeva lontano un miglio che era dotato per questo sport. Era nato per giocare a basket. Poteva fare tutto: giocare in difesa, prendere rimbalzi, smazzare assist, segnare. Quando riusciva a fare tutte queste cose assieme, noi non perdevamo mai.”

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Harold Miner venne scelte nel 1992 al primo giro dai Miami Heat, dopo un trienno devastante all’Università di South California tanto che venne nominato da Sport’s Illustrated come Giocatore dell’Anno di tutto il panorama NCAA mettendo in riga gente come Alonzo Mourning e Shaquille O’Neal, chiudendo l’anno con oltre 26 punti di media, 7 rimbalzi e percentuali dal campo stratosferiche. E’ tutt’oggi recordman ogni tempo dei Trojans in punti e rimbalzi e la sua maglia numero 23 pende dal soffitto del Galen Center. Si faceva chiamare “The Worm”, per la sua capacità di strisciare attraverso le difese per arrivare fino al ferro, ma questa naturale propensione per il canestro, la sua grande capacità di fracassare le difese con le sue schiacciate, la maglia numero 23 e la testa completamente rasata gli valsero il soprannome di “Baby Jordan”.

La Nike non si fece scappare l’occasione e mise sotto contratto – con un pluriennale da 14 milioni – il miglior collegiale della nazione, uscendo sul mercato con un modello di Jordan creato ad hoc.

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Nonostante la grande popolarità che derivò dalla campagna pubblicitaria promossa dalla Nike, la carriera da Pro del giovane talento da Inglewood non riuscì mai a decollare. Troppo pressante il paragone con MJ, troppe responsabilità per un giocatore che a parte un atletismo inumano, non aveva niente in comune con il miglior giocatore di tutti i tempi. “L’etichetta di Baby Jordan è stata la peggior cosa che potesse capitargli” ricorda il suo ex coach a USC.

A livello collegiale il suo ruolo era di small forward con licenza di martellare il canestro, sfruttando mismacht in post basso contro esterni meno forti fisicamente o sul perimetro con un primo passo bruciante per ogni difensore che gli spianava autostrade in area per affondate di una cattiveria vista poche altre volte su un parquet. Non è mai stato un tiratore, anche se a USC tentava oltre 5 triple a partita con medie tutto sommato accettabili (35% nella sua esperienza collegiale).

Il 30 dicembre del 1992 ci fu comunque tanta attesa per il primo scontro tra MJ e il suo “erede”. Per Miner quella era la 19° partita da professionista in carriera. Pochi giorni prima aveva scritto il suo career high di 19 punti contro i Magic ed era lanciatissimo. Entrò in campo al posto di Bimbo Coles e prese in consegna da subito MJ. Nel corso del primo tempo sciorinò tutto il suo repertorio offensivo e poco prima dell’intervallo lungo mandò al bar MJ con un crossover a cui seguì un tiro in sospensione dall’angolo che trovò il fondo della retina. Il pubblico di Miami si alzò in piedi per una lunga standing ovation, MJ non la prese bene e decise di vincere la partita con un grande secondo tempo da 25 punti.

Due gocce d'acqua
Due gocce d’acqua

Un paio di mesi dopo si presentò all’All Star Game di Salt Lake City e andando 6 volte con la testa sopra il ferro, sbaragliò la concorrenza di Clarence Weatherspoon e Cedric Ceballos vincendo lo Slam Dunk Contest.

Ben presto però si presentarono i primi problemi di natura tattica: escluso a priori un suo impiego da ala piccola a causa dei suoi 194 centimetri di altezza, inizialmente vollero fare di lui una guardia di rottura in uscita dalla panchina dietro alle due stelle dalla squadra, Steve Smith e Glen Rice, poi provarono a impostarlo da playmaker a cavallo tra la prima e la sua seconda stagione, principalmente per sfruttare nella metà campo difensivo la sua prorompente fisicità.

Il risultato fu una prima stagione da 10.3 punti a partita in poco meno di 19 minuti di impiego, sempre uscendo dalla panchina per profondere energia e intensità sui due lati del campo, ma nonostante i buoni propositi e alcune partite incoraggianti sul punto di vista realizzativo, le sue doti da playmaker lasciarono molto a desiderare, anche in quel cantiere aperto che all’epoca erano gli Heat. Vennero quindi smascherate le sue enormi lacune tecniche, ovvero un tiro da fuori inesistente e un trattamento di palla da fabbro che nel corso del suo secondo anno gli preclusero le porte del quintetto base.

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Riuscì comunque a chiudere dignitosamente anche l’anno da sophomore, con 31 presenze in quintetto (solo 2 nelle ultime 32 partite di stagione), 10.5 punti di media e il 48% al tiro anche se furono solamente 6 le conclusioni da oltre l’arco dei 3 punti in tutta la stagione. La sua specialità, quando non gli era permesso di volare in contropiede, era il palleggio-arresto-tiro andando a sinistra, la sua mano forte. Quando provava qualcosa di diverso, era un dramma.

Nel draft del 1994 gli Heat pescarono da Arizona, Khalid Reeves per togliere responsabilità di playmaking a Harold Miner, che dopo appena 2 partite di regular season venne ricatapultato in quintetto a causa della trade che portò Steve Smith a Atlanta in cambio di Kevin Willis liberando così un posto nel backcourt.

Era l’occasione perfetta per riscattarsi del finale di stagione precedente: finalmente la possibilità di giocare, come al college, senza la pressione di dover gestire il pallone ma con l’unico obbiettivo di attaccare il ferro.

Nella sua seconda partita stagionale in quintetto, il 15 novembre contro Dallas, piazzò 23 punti con 3/3 dalla lunga distanza, trascinando gli Heat a una comoda vittoria casalinga facendo a fettine Jim Jackson e duettando magnificamente con Kevin Willis.

Sembrava la svolta, invece da quella partita in poi non riuscì mai più ad andare sopra il ventello in carriera. Le sue percentuali raggiunsero il minimo storico, il suo tiro da fuori scomparì del tutto, perse il posto in quintetto e, complice l’esonero di  Kevin Loughery a stagione in corso, calarono drasticamente i minuti a disposizione perchè al subentrato Alvin Gentry non rientrava nell’occhio.

Tornò però all’All Star Game – quell’anno venne disputato a Phoenix – perchè Isaiah Rider gli lanciò la sfida: stabilire chi tra i due fosse il miglior Dunker della NBA.

Oltre a stravincere il confronto a suon di tomahawk di pura rabbia, assieme al suo compagno di squadra Glen Rice riuscirono in un impresa che tutt’oggi non è riuscita a nessun altro: per la prima e unica volta nella storia dell’All Star Game due compagni di squadra vinsero la gara delle schiacciate e del tiro da tre punti.

Nel suo ultimo anno a Miami produsse solamente 7.3 punti a gara in 19 minuti d’impiego tirando il 40% dal campo, il 28% da tre, perdendo più palloni di quelli che riusciva smazzare per mandare a canestro i compagni. Appena finita la stagione, gli Heat – che nel frattempo passarono in mano a pat Riley – lo cedettero ai Cleveland Cavaliers sostanzialmente in cambio di nulla, per fare posto al neo arrivato Pedrag Danilovic.

A Cleveland restò solo un anno in cui tra l’altro ebbe notevoli problemi fisici che lo costrinsero ad appena 19 partite, così la dirigenza dei Cavaliers fu costretta a tagliarlo dopo una sola stagione. Si presentò al training camp dei Toronto Raptors, che allora non negavano una chance a nessuno, ma si ruppe il ginocchio perdendo l’unica cosa che gli era rimasta, l’atletismo, e non riuscendo a “fare la squadra”.

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“Ero un ragazzo tranquillo che usava il basket per esprimersi. Quando le mie capacità atletiche vennero meno non ero più in grado di fare le cose che volevo fare. Avevo perso entusiasmo.” Così decise di appendere le scarpette al chiodo e dedicarsi alla famiglia.

Di lui si sono perse le tracce fino a qualche anno fa.  Non ha rilasciato interviste per quasi 16 anni e ogni qualvolta qualcuno lo chiamava per parlare con “Baby Jordan” lui riattaccava il telefono. “Se ci penso tutto c’ho ha dell’incredibile” disse qualche anno fa a un cronista “non riesco a credere come alla gente possa interessare la mia storia. Non gioco a basket da più di tre lustri, non ho fatto niente di rilevante dal 1995 eppure c’è gente che ancora chiede di me.”

Ha scelto di tenere un profilo basso, ogni tanto si trova con gli amici per sporadiche apparizioni sui campetti di Los Angeles e Las Vegas, dove tutt’oggi risiede con moglie e i figli lontano dal suo passato. Con i soldi guadagnati nel corso della sua carriera – tra il contratto da giocatore e l’endorsement con la Nike si stima abbia messo da parte qualcosa come 20 milioni di dollari – e alcuni saggi investimenti finanziari, oggi Harold Miner vive di rendita.

“Dopo aver appeso le scarpe al chiodo ho voluto prendermi un lungo periodo lontano dal mondo del basket. Ero a pezzi per come si era chiusa la mia carriera, perchè volevo giocare ma non ero più in grado di farlo. C’ho messo del tempo ma alla fine ho accettato il fatto che ho raccolto meno di quello che mi aspettavo dalla mia carriera di giocatore. Ora sono in pace con me stesso.”

Prima di questa presa di coscienza ha dovuto combattere contro lo spettro della depressione, che lo ha portato a pesare circa 130 chilogrammi. Uscito dal tunnel ha assunto un personal trainer, è riuscito a perdere oltre 25 chilogrammi e ha completamente cambiato il proprio stile di vita. E’ diventato a sua volta un personal trainer, si è specializzato in kinesiologia ed è diventato vegetariano.

Di lui si è tornati a parlare nel 2011, quando fece la sua prima apparizione pubblica dal ritiro per essere indotto nella “Hall of Fame” della Pacific 10 assieme a Don McLean. “Il Basket era la mia vita, era ciò che ero. E’ stata dura prenderne le distanze, ma ancora oggi, quando si entra nel clima della March Madness, o arriva il weekend dell’All Star Game i ricordi riaffiorano e le emozioni salgono a galla.”

Parlando di lui anche le mie emozioni sono venute a galla. Scusatemi un attimo, vado ad aciugarmi le lacrime.

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